Folla al Teatro Biondo, tre anni fa era rimasto desertoUna ragazza lascia un biglietto: mio padre paga, aiutateci
Palermo si ribella al racketGli imprenditori: basta col pizzo
di ALESSANDRA ZINITI
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La cerimonia per la nascita diPALERMO - Sorridono, alzano le dita in segno di vittoria, si abbracciano, si spellano le mani per applaudire poliziotti e magistrati che li hanno "liberati" da Provenzano e dai Lo Piccolo, da chi ha imposto loro per anni la "tassa" a Cosa nostra. È una Palermo irriconoscibile quella che riempie fin su al loggione quello stesso teatro Biondo che tre anni fa rimase deserto quando Confindustria e Anm organizzarono un convegno su mafia e racket. Ci sono, questa volta tutti o quasi, i rappresentanti di industriali e commercianti, i volti noti dell'associazionismo, ma anche tante facce di gente qualunque, che ascolta, si guarda attorno, forse alla ricerca di un coraggio finora mancato. Una ragazza affida una disperata invocazione d'aiuto a un foglio che abbandona su una poltrona. "Sono la figlia di un imprenditore palermitano, sono venuta qui da sola speranzosa di trovare degli amici. Paghiamo tutti il pizzo e mio padre lo considera un costo fisso. È onesto, ha sempre camminato a testa alta pagando le tasse, ma ha paura di rimanere solo. Urlate, urlate per me che qualcosa può cambiare". Chissà se la ragazza è ancora lì quando mille mani alzate a V salutano sulle note di "Ecco l'isola che non c'è" il battesimo dell'associazione antiracket "Libero futuro", 40 soci, la prima che si riesce a fondare a Palermo in sedici anni, dalla morte di Libero Grassi, l'imprenditore ucciso per aver detto no al pizzo nel silenzio degli industriali. Che ieri hanno voluto chiedere pubblicamente scusa alla vedova Pina Maisano Grassi con il loro nuovo leader, Ivan Lo Bello.
E adesso gli industriali chiedono persino l'iscrizione ad "Addiopizzo" l'associazione di giovani che una notte di tre anni fa tappezzarono Palermo con degli adesivi con su scritto "Un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". All'inizio erano sette, volevano solo aprire un pub e si chiesero che fare se qualcuno fosse venuto a chiedere "la tassa". Oggi la scelta dei figli ha finito con il trascinare i padri. A Tano Grasso, presidente della Federazione antiracket, brillano gli occhi a ricordare la strada fatta negli ultimi 17 anni da quando, dal suo negozio di scarpe di Capo d'Orlando, si mise insieme ad altri commercianti per denunciare gli estorsori della cosca di Tortorici. Ai sottosegretari Ettore Rosato e Sandro Pajno, dice che "delle risposte di questo governo non siamo affatto soddisfatti, non ha mostrato alcun segno di discontinuità con il passato, non ha capito che noi siamo una risorsa". Poi passa il testimone al presidente dell'associazione "Libero futuro". Enrico Colajanni è il figlio di Pompeo il "partigiano", è uno dei fondatori di Addiopizzo. Al decalogo del bravo mafioso di Salvatore Lo Piccolo risponde con il decalogo del bravo commerciante: "Caro collega, non intrattenere rapporti di alcun tipo con persone sospette, respingi subito ogni richiesta estorsiva, non pensare di trattare con i mafiosi e soprattutto non gestire da solo momenti e decisioni così delicate. L'associazione antiracket che abbiamo costruito serve per aiutarti affinché sia tu stesso a toglierti dagli impicci". Tiene i piedi per terra Colajanni. "Oggi Palermo mi sembra grande, ma dovremo misurarci con le denunce che saremo in grado di produrre". Sullo schermo del Teatro scorre una frase di Goethe: "La paura bussò alla porta, il coraggio aprì, non c'era nessuno. Era il coraggio di un intero popolo". (11 novembre 2007)
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domenica 11 novembre 2007
venerdì 9 novembre 2007
successo dello sciopero dei cobas
Sciopero, i Cobas: fermi in 2 milioni, 400mila al corteo
Sarebbero due milioni i lavoratori di tutti i settori che stanno partecipando allo sciopero generale dei sindacati di base in corso in tutt'Italia. Il dato è diffuso dagli organizzatori, secondo i quali agli oltre 25 cortei che si stanno svolgendo nei capoluoghi di regione e nelle maggiori città, partecipano oltre 400mila persone, tra le quali moltissimi precari.
In 50mila in corteo a Roma, altrettanti a Milano, secondo la Cub che parla di «partecipazione oltre ogni aspettativa. A Roma in corteo con slogan e striscioni anche i precari di molte aziende e dei call center, della Camera dei Deputati, Ikea, Policlinico di Tor Vergata, della Croce Rossa».
«No al protocollo del 23 luglio, no alla Finanziaria, no alla precarietà. Diritto al lavoro, diritto al reddito». È questo lo striscione che apre il corteo partito da Piazza della Repubblica, a Roma, organizzato dai sindacati di base in concomitanza con la loro giornata di sciopero generale.
Dietro il grande striscione sono sventolate le bandiere dei Cobas e delle Rdd Cub che partecipano alla protesta nazionale.
In piazza, nella Capitale, sono scesi lavoratori, tantissimi i precari della Sanità e della Scuola che aderiscono al sindacalismo di base.
Tra i manifestanti i lavoratori interinali e delle cooperative dell'Ospedale Sant'Andrea che, travestiti da fantasmi, con tanto di lenzuolo bianco indosso e cappello da fantasma, stanno sfilando lanciando il messaggio «Sono passati due anni non avete fatto niente di sinistra», come recita un loro striscione.
Accanto ci sono altri colleghi della Sanità di Roma e del Lazio e anche un'ambulanza che sfila a sirene accese.
I "No" dei sindacati di base sono contro la manovra finanziaria, il protocollo sul welfare e la precarietà, a favore di «una politica di redistribuzione del reddito e di rilancio del sistema previdenziale pubblico insieme alla tenuta del contratto nazionale e il reinserimento della scala mobile. Pensiamo che questo sciopero sarà molto partecipato» assicura Pierpaolo Leonardi, coordinatore della Cub. In particolare, hanno spiegato gli organizzatori, lo sciopero è stato proclamato per chiedere salari europei con rivalutazione automatica all'aumento dei prezzi; il taglio delle tasse su salari e pensioni portando la prima aliquota Irpef dal 23 al 18 per cento; il lavoro stabile con l'abolizione del pacchetto Treu e della legge 30; il rilancio della previdenza pubblica.
Gli atenei. Studenti de La Sapienza sfilano in un corteo non autorizzato, mentre prosegue anche l'occupazione della facoltà di Lettere. «Tempo scaduto: i bamboccioni si ribellano» è lo striscione in testa alla protesta firmato da studenti e precari dell'ateneo, formati per lo più dai collettivi studenteschi e dalla rete per l'autoformazione.
Il corteo più tardi si unirà alla manifestazione dei Cobas. «Siamo in piazza per avere maggiore diritto allo studio: più borse e meno numeri chiusi», urlano gli studenti dal megafono. «Protestiamo - continua Giorgio Sestili, studente di Fisica - contro la dequalificazione dell'università i tagli della finanziaria e la mancanza di politiche sociali. Diciamo no al protocollo sul welfare del 23 luglio». «No alla precarietà», dicono gli studenti.
Venerdì nero per chi deve spostarsi, anche in città, e per chi deve rivolgersi a un ospedale o recarsi a uno sportello pubblico: lo sciopero generale dei sindacati di base proclamato per la giornata per le aziende pubbliche e private infatti riguarda, secondo i dati della Cub, oltre 1,5 milioni di lavoratori, con riflessi significativi soprattutto nei trasporti e nella pubblica amministrazione. Nella stessa giornata sono previste circa 32 manifestazioni nei capoluoghi di regione e nelle principali città; i Cobas dei sindacati contano di portare in piazza oltre 350mila persone, 50mila delle quali in corteo di Roma dove, insieme a Milano, si svolgono le manifestazioni più importanti. Ovunque sono rispettate le fasce di garanzia e assicurati i servizi minimi, afferma il coordinatore nazionale della Cub Pierpaolo Leonardi.
Per i trasporti, le fasce di astensione sono articolate per settore ma i disagi maggiori potrebbero riguardare mezzi pubblici urbani, soprattutto a Roma e Milano, e il trasporto aereo: per la sola Alitalia i voli cancellati sono 96, di cui 30 tagliati a Fiumicino; altre compagnie potrebbero cancellare collegamenti. Anche per ospedali e sportelli della sanità pubblica i cittadini devono attendersi funzionamenti a singhiozzo, assicurano gli organizzatori della protesta che ha nel mirino Finanziaria, accordo sul welfare e precariato.
E se venerdì gli utenti devono mettere in conto una giornata difficile, il venerdì ancora più nero sarà quello del 30 novembre, con i trasporti pubblici a rischio paralisi per lo sciopero generale di 8 ore indetto questa volta dai sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil a motivo della non centralità e le scarse risorse per il settore in Finanziaria. Uno sciopero bollato come «irregolare» dalla Commissione di garanzia. Le Fs prevedono invece una circolazione dei treni pressochè regolare.
Pubblicato il: 09.11.07
Modificato il: 09.11.07 alle ore 18.20
© l'Unità. Per la pubblicità su www.unita.it: System Comunicazione
Sarebbero due milioni i lavoratori di tutti i settori che stanno partecipando allo sciopero generale dei sindacati di base in corso in tutt'Italia. Il dato è diffuso dagli organizzatori, secondo i quali agli oltre 25 cortei che si stanno svolgendo nei capoluoghi di regione e nelle maggiori città, partecipano oltre 400mila persone, tra le quali moltissimi precari.
In 50mila in corteo a Roma, altrettanti a Milano, secondo la Cub che parla di «partecipazione oltre ogni aspettativa. A Roma in corteo con slogan e striscioni anche i precari di molte aziende e dei call center, della Camera dei Deputati, Ikea, Policlinico di Tor Vergata, della Croce Rossa».
«No al protocollo del 23 luglio, no alla Finanziaria, no alla precarietà. Diritto al lavoro, diritto al reddito». È questo lo striscione che apre il corteo partito da Piazza della Repubblica, a Roma, organizzato dai sindacati di base in concomitanza con la loro giornata di sciopero generale.
Dietro il grande striscione sono sventolate le bandiere dei Cobas e delle Rdd Cub che partecipano alla protesta nazionale.
In piazza, nella Capitale, sono scesi lavoratori, tantissimi i precari della Sanità e della Scuola che aderiscono al sindacalismo di base.
Tra i manifestanti i lavoratori interinali e delle cooperative dell'Ospedale Sant'Andrea che, travestiti da fantasmi, con tanto di lenzuolo bianco indosso e cappello da fantasma, stanno sfilando lanciando il messaggio «Sono passati due anni non avete fatto niente di sinistra», come recita un loro striscione.
Accanto ci sono altri colleghi della Sanità di Roma e del Lazio e anche un'ambulanza che sfila a sirene accese.
I "No" dei sindacati di base sono contro la manovra finanziaria, il protocollo sul welfare e la precarietà, a favore di «una politica di redistribuzione del reddito e di rilancio del sistema previdenziale pubblico insieme alla tenuta del contratto nazionale e il reinserimento della scala mobile. Pensiamo che questo sciopero sarà molto partecipato» assicura Pierpaolo Leonardi, coordinatore della Cub. In particolare, hanno spiegato gli organizzatori, lo sciopero è stato proclamato per chiedere salari europei con rivalutazione automatica all'aumento dei prezzi; il taglio delle tasse su salari e pensioni portando la prima aliquota Irpef dal 23 al 18 per cento; il lavoro stabile con l'abolizione del pacchetto Treu e della legge 30; il rilancio della previdenza pubblica.
Gli atenei. Studenti de La Sapienza sfilano in un corteo non autorizzato, mentre prosegue anche l'occupazione della facoltà di Lettere. «Tempo scaduto: i bamboccioni si ribellano» è lo striscione in testa alla protesta firmato da studenti e precari dell'ateneo, formati per lo più dai collettivi studenteschi e dalla rete per l'autoformazione.
Il corteo più tardi si unirà alla manifestazione dei Cobas. «Siamo in piazza per avere maggiore diritto allo studio: più borse e meno numeri chiusi», urlano gli studenti dal megafono. «Protestiamo - continua Giorgio Sestili, studente di Fisica - contro la dequalificazione dell'università i tagli della finanziaria e la mancanza di politiche sociali. Diciamo no al protocollo sul welfare del 23 luglio». «No alla precarietà», dicono gli studenti.
Venerdì nero per chi deve spostarsi, anche in città, e per chi deve rivolgersi a un ospedale o recarsi a uno sportello pubblico: lo sciopero generale dei sindacati di base proclamato per la giornata per le aziende pubbliche e private infatti riguarda, secondo i dati della Cub, oltre 1,5 milioni di lavoratori, con riflessi significativi soprattutto nei trasporti e nella pubblica amministrazione. Nella stessa giornata sono previste circa 32 manifestazioni nei capoluoghi di regione e nelle principali città; i Cobas dei sindacati contano di portare in piazza oltre 350mila persone, 50mila delle quali in corteo di Roma dove, insieme a Milano, si svolgono le manifestazioni più importanti. Ovunque sono rispettate le fasce di garanzia e assicurati i servizi minimi, afferma il coordinatore nazionale della Cub Pierpaolo Leonardi.
Per i trasporti, le fasce di astensione sono articolate per settore ma i disagi maggiori potrebbero riguardare mezzi pubblici urbani, soprattutto a Roma e Milano, e il trasporto aereo: per la sola Alitalia i voli cancellati sono 96, di cui 30 tagliati a Fiumicino; altre compagnie potrebbero cancellare collegamenti. Anche per ospedali e sportelli della sanità pubblica i cittadini devono attendersi funzionamenti a singhiozzo, assicurano gli organizzatori della protesta che ha nel mirino Finanziaria, accordo sul welfare e precariato.
E se venerdì gli utenti devono mettere in conto una giornata difficile, il venerdì ancora più nero sarà quello del 30 novembre, con i trasporti pubblici a rischio paralisi per lo sciopero generale di 8 ore indetto questa volta dai sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil a motivo della non centralità e le scarse risorse per il settore in Finanziaria. Uno sciopero bollato come «irregolare» dalla Commissione di garanzia. Le Fs prevedono invece una circolazione dei treni pressochè regolare.
Pubblicato il: 09.11.07
Modificato il: 09.11.07 alle ore 18.20
© l'Unità. Per la pubblicità su www.unita.it: System Comunicazione
giovedì 8 novembre 2007
Congresso straordinario CGIL contro il golpe sociale
Esiste una sorta di Piano Rinascita (il famigerato documento della Loggia P2) riguardante le relazioni sindacali. E' un corso una sorta di golpe sociale che ha delle tappe ben determinate e delle campagne propagandistiche adeguate allo scopo che si vuole raggiungere. Qual'è lo scopo? Lo scopo è lo smantellamento di tutte le tutele che il movimento sindacale dei lavoratori ha conquistato nel corso di tutta la sua esistenza a cominciare dai primi del Novecento.
Si orchestrano appropriate campagne con grande coinvolgimento di personaggi dell'economia e della politica e massmedia mobilitati permanentemente. La campagna contro i "fannulloni" è finalizzata all'ottenimento di riforme nella pubblica amministrazione rivolte ad esternalizzare la maggiore quantitò possibile di competenze e di poteri ed attaccare le tutele in caso di malattia per tutti i dipendenti pubblici e privati. La campagna contro gli sprechi punta all'unificazione degli enti previdenziali allo scopo di restringere gli ambiti di interv ento dell'Inail considerati troppo onerosi in un Paese in cui ci sono quattro infortuni mortali al giorno e diecine di migliaia di mutilati ed invalidi all'anno. La campagna contro i bassi salari punta alla detassazione (richiesta Epifani) per indebolire le aliquote di finanziamento della previdenza, la campagna per premiare i meritevoli introduce una differenziazione personalistica nei rapporti di lavoro che mira a sviluppare inimicizia e competitività tra i lavoratori e tra gruppi di lavoratori.
La prossima tappa di questa campagna è l'abolizione di fatto della madre di tutte le tutele dei lavoratori: il contratto collettivo nazionale di lavoro. L'obiettivo è la sua liquidazione a vantaggio della "contrattazione" (si fa per dire) individuale anche se si promette un rafforamento della contrattazione aziendale. La liquidazione del ccnl unita alla legge Biagi riporterebbe i lavoratori italiani all'anno zero della loro vita come classe sociale organizzata. In un Paese come l'Italia in cui il nanismo aziendale è prevalente significherebbe privare dall'oggi al domani milioni di persone del loro punto di riferimento, dello strumento di regolazione della loro vita lavorativa. Senza il contratto collettivo nazionale di lavoro
quasi dappertutto non surrogabile da contratti aziendali
sarebbe difficile avere retribuzione dignitose e diritti.
Senza essere complottista, ritengo che ci siano intese ufficiose al riguardo tra Confindustria e Confederazioni sindacali.
Non sono casuali le dichiarazioni di Epifani dei giorni scorsi sul grande numero di ccnl da "razionalizzare" e le dichiarazioni di Montezemolo alla vigilia dello sciopero nazionale dei sindacati di base di oggi. Naturalmente la Cisl ha già aderito con la Conferenza svoltasi recentemente.
Dal momento che questo progetto alla faccia della democrazia dei grandi numeri (spesso fasulli e comunque incontrollabili del recente referendum sul welfare) si attuerà nelle prossime settimane sarebbe opportuno che le forze che dentro le Confederazioni sono contrarie al golpe sociale chiedessero il Congresso straordinario. Mi riferisco in particolare alla CGIL che si vedrebbe sconvolta la politica contrattuale e sociale decisa dal Congresso e già gravemente lesionati dagli accordi di rinunzia alla lotta alla Biagi, di cessione del TFR, di un sistema pensionistico lontano dagli orientamenti del Sindacato.
Bisogna bloccare la deriva autoritaria che si vorrebbe imporre alla conduzione di questa difficile fase della vita del movimento sindacale italiano.
Pietro Ancona
http://www.corriere.it/economia/07_novembre_08/montezemolo_contratti.shtml
Si orchestrano appropriate campagne con grande coinvolgimento di personaggi dell'economia e della politica e massmedia mobilitati permanentemente. La campagna contro i "fannulloni" è finalizzata all'ottenimento di riforme nella pubblica amministrazione rivolte ad esternalizzare la maggiore quantitò possibile di competenze e di poteri ed attaccare le tutele in caso di malattia per tutti i dipendenti pubblici e privati. La campagna contro gli sprechi punta all'unificazione degli enti previdenziali allo scopo di restringere gli ambiti di interv ento dell'Inail considerati troppo onerosi in un Paese in cui ci sono quattro infortuni mortali al giorno e diecine di migliaia di mutilati ed invalidi all'anno. La campagna contro i bassi salari punta alla detassazione (richiesta Epifani) per indebolire le aliquote di finanziamento della previdenza, la campagna per premiare i meritevoli introduce una differenziazione personalistica nei rapporti di lavoro che mira a sviluppare inimicizia e competitività tra i lavoratori e tra gruppi di lavoratori.
La prossima tappa di questa campagna è l'abolizione di fatto della madre di tutte le tutele dei lavoratori: il contratto collettivo nazionale di lavoro. L'obiettivo è la sua liquidazione a vantaggio della "contrattazione" (si fa per dire) individuale anche se si promette un rafforamento della contrattazione aziendale. La liquidazione del ccnl unita alla legge Biagi riporterebbe i lavoratori italiani all'anno zero della loro vita come classe sociale organizzata. In un Paese come l'Italia in cui il nanismo aziendale è prevalente significherebbe privare dall'oggi al domani milioni di persone del loro punto di riferimento, dello strumento di regolazione della loro vita lavorativa. Senza il contratto collettivo nazionale di lavoro
quasi dappertutto non surrogabile da contratti aziendali
sarebbe difficile avere retribuzione dignitose e diritti.
Senza essere complottista, ritengo che ci siano intese ufficiose al riguardo tra Confindustria e Confederazioni sindacali.
Non sono casuali le dichiarazioni di Epifani dei giorni scorsi sul grande numero di ccnl da "razionalizzare" e le dichiarazioni di Montezemolo alla vigilia dello sciopero nazionale dei sindacati di base di oggi. Naturalmente la Cisl ha già aderito con la Conferenza svoltasi recentemente.
Dal momento che questo progetto alla faccia della democrazia dei grandi numeri (spesso fasulli e comunque incontrollabili del recente referendum sul welfare) si attuerà nelle prossime settimane sarebbe opportuno che le forze che dentro le Confederazioni sono contrarie al golpe sociale chiedessero il Congresso straordinario. Mi riferisco in particolare alla CGIL che si vedrebbe sconvolta la politica contrattuale e sociale decisa dal Congresso e già gravemente lesionati dagli accordi di rinunzia alla lotta alla Biagi, di cessione del TFR, di un sistema pensionistico lontano dagli orientamenti del Sindacato.
Bisogna bloccare la deriva autoritaria che si vorrebbe imporre alla conduzione di questa difficile fase della vita del movimento sindacale italiano.
Pietro Ancona
http://www.corriere.it/economia/07_novembre_08/montezemolo_contratti.shtml
la legge Mancino. Uno strumento contro il razzismo
La "Legge Mancino"
Pubblichiamo il testo integrale della legge 205/93, più nota come "Legge Mancino", dal nome del suo primo proponente.
Articolo 1
Articolo 2
Articolo 3
Articolo 4
Articolo 5
Articolo 6
Articolo 7
Articolo 8
Articolo 1
(Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi)
1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell'attuazione della disposizione dell'articolo 4 della convenzione, è punito:
A) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;
B) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
2. È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la
reclusione da uno a sei anni.
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1-bis. Con la sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, il tribunale può altresì disporre una o più delle seguenti sanzioni accessorie:
A) obbligo di prestare un'attività non retribuita a favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità, secondo le modalità stabilite ai sensi del comma 1-ter;
B) obbligo di rientrare nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora entro un'ora determinata e di non uscirne prima di altra ora prefissata, per un periodo non superiore ad un anno;
C) sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti di identificazione validi per l'espatrio per un periodo non superiore ad un anno, nonché‚ divieto di detenzione di armi proprie di ogni genere;
D) divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative successive alla condanna, e comunque per un periodo non inferiore a tre anni.
1-ter. Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministro di Grazia e Giustizia determina, con proprio decreto, le modalità di svolgimento dell'attività non retribuita a favore della collettività di cui al comma 1-bis, lettera a).
1-quater. L'attività non retribuita a favore della collettività, da svolgersi al termine dell'espiazione della pena detentiva per un periodo massimo di dodici settimane, deve essere determinato dal giudice con modalità tali da non pregiudicare le esigenze lavorative,
di studio o di reinserimento sociale del condannato.
1-quinquies. Possono costituire oggetto dell'attività non retribuita a favore della collettività: la prestazione di attività lavorativa per opere di bonifica e restauro degli edifici danneggiati, con scritte, emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o
gruppi di cui al comma 3 dell'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654; lo svolgimento di lavoro a favore di organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, quali quelle operanti nei confronti delle persone handicappate, dei tossicodipendenti, degli anziani o degli extracomunitari; la prestazione di lavoro per finalità di protezione civile, di tutela del patrimonio ambientale e culturale, e per altre finalità pubbliche individuate con il decreto di cui al comma 1-ter.
1-sexies. L'attività può essere svolta nell'ambito e a favore di strutture pubbliche o di enti ed organizzazioni privati.
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Articolo 2
(Disposizioni di prevenzione)
1. Chiunque, in pubbliche riunioni compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, è punito con la pena della reclusione fino a tre anni e con la multa da lire duecentomila a lire cinquecentomila.
2. È vietato l'accesso ai luoghi dove si svolgono competizioni agonistiche alle persone che vi si recano con emblemi o simboli di cui al comma 1. Il contravventore è punito con l'arresto da tre mesi ad un anno.
3. Nel caso di persone denunciate o condannate per uno dei reati previsti dall'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, o per un reato aggravato ai sensi dell'articolo 3 del presente decreto, nonché‚ di persone sottoposte a misure di prevenzione perché‚ ritenute dedite alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza o la tranquillità pubblica, ovvero per i motivi di cui all'articolo 18, primo comma, n. 2-bis), della legge 22 maggio 1975, n. 152, si applica la disposizione di cui all'articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, e il divieto di accesso, conserva efficacia per un periodo di cinque anni, salvo che venga emesso provvedimento di
archiviazione, sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento o provvedimento di revoca della misura di prevenzione, ovvero se è concessa la riabilitazione ai sensi dell'articolo 178 del codice penale o dell'articolo 15 della legge 3 agosto 1988, n. 327.
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Articolo 3
(Circostanza aggravante)
1. Per i reati punibili con pena diversa da quella dell'ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l'attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, la pena è aumentata fino alla metà.
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Articolo 4
(Modifiche a disposizioni vigenti)
1. Il secondo comma dell'articolo 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645, è sostituito dal seguente:
Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni.
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Articolo 5
(Perquisizioni e sequestri)
1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell'articolo 3 o per uno dei reati previsti dall'articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, l'autorità giudiziaria dispone la perquisizione dell'immobile rispetto al quale sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l'autore se ne sia avvalso come luogo di riunione, di deposito o di rifugio o per altre attività comunque connesse al reato. Gli ufficiali di polizia giudiziaria, quando ricorrano motivi di particolare necessità ed urgenza che non consentano di richiedere l'autorizzazione telefonica del magistrato competente possono altresì procedere a perquisizioni dandone notizia, senza ritardo e comunque entro quarantotto ore, al procuratore della Repubblica, il quale, se ne ricorrono i presupposti, le convalida entro le successive quarantotto ore.
2. È sempre disposto il sequestro dell'immobile di cui al comma 1 quando in esso siano rinvenuti armi, munizioni, esplosivi od ordigni esplosivi o incendiari ovvero taluni degli oggetti indicati nell'articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110. È sempre disposto, altresì, il sequestro degli oggetti e degli altri materiali sopra indicati nonché‚ degli emblemi o materiali di propaganda propri o usuali di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui alle leggi 9 ottobre 1967, n. 962, e 13 ottobre 1975, n. 654, rinvenuti nell'immobile. Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 324 e 355 del codice di procedura penale. Qualora l'immobile sia in proprietà, in godimento o in uso esclusivo a persona estranea al reato, il sequestro non può protrarsi per oltre trenta giorni.
3. Con la sentenza di condanna o con la sentenza di cui all'articolo 444 del codice di procedura penale, il giudice, nei casi di particolare gravità, dispone la confisca dell'immobile di cui al comma 2 del presente articolo, salvo che lo stesso appartenga a persona estranea
al reato. È sempre disposta la confisca degli oggetti e degli altri materiali indicati nel medesimo comma 2.
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Articolo 6
(Disposizioni processuali)
1. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all'art. 3, comma 1, si procede in ogni caso d'ufficio.
2. Nei casi di flagranza, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà di procedere all'arresto per uno dei reati previsti dai commi quarto e quinto dell'articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, nonché quando ricorre la circostanza di cui all'articolo 3, comma 1, del presente decreto, per uno dei reati previsti dai commi primo e secondo del medesimo articolo 4 della legge n. 110 del 1975.
2-bis. All'articolo 380, comma 2, lettera l), del codice di procedura penale, sono aggiunte, in fine, le parole: delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all'articolo 3, comma 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654.
3. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all'articolo 3, comma 1, che non appartengono alla competenza della corte di assise è competente il tribunale.
4. Il tribunale è altresì competente per i delitti previsti dall'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654.
5. Per i reati indicati all'articolo 5, comma 1, il pubblico ministero procede al giudizio direttissimo anche fuori dei casi previsti dall'articolo 449 del codice di procedura penale, salvo che siano necessarie speciali indagini.
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Articolo 7
(Sospensione cautelativa e scioglimento)
1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell'articolo 3 o per uno dei reati previsti dall'articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 762, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l'attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi favorisca la commissione dei medesimi reati, può essere disposta cautelativamente, ai sensi dell'articolo 3 della legge 25 gennaio 1982, n. 17, la sospensione di ogni attività associativa.
La richiesta è presentata al giudice competente per il giudizio in ordine ai predetti reati. Avverso il provvedimento è ammesso ricorso ai sensi del quinto comma del medesimo articolo 3 della legge n. 17 del 1982.
2. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengono meno i presupposti indicati al medesimo comma.
3. Quando con sentenza irrevocabile sia accertato che l'attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi abbia favorito la commissione di taluno dei reati indicati nell'articolo 5, comma 1, il Ministro dell'interno, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri,
ordina con decreto lo scioglimento dell'organizzazione, associazione, movimento o gruppo e dispone la confisca dei beni. Il provvedimento è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
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Articolo 8
(Disposizioni finali)
1. Il settimo comma dell'articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, è abrogato.
2. Le disposizioni dei commi da 1 a 5 dell'articolo 6 si applicano solo per i fatti commessi successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto.
Amato - Mancino - Conso
Visto, il Guardasigilli: Conso
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Pubblichiamo il testo integrale della legge 205/93, più nota come "Legge Mancino", dal nome del suo primo proponente.
Articolo 1
Articolo 2
Articolo 3
Articolo 4
Articolo 5
Articolo 6
Articolo 7
Articolo 8
Articolo 1
(Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi)
1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell'attuazione della disposizione dell'articolo 4 della convenzione, è punito:
A) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;
B) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
2. È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la
reclusione da uno a sei anni.
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1-bis. Con la sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, il tribunale può altresì disporre una o più delle seguenti sanzioni accessorie:
A) obbligo di prestare un'attività non retribuita a favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità, secondo le modalità stabilite ai sensi del comma 1-ter;
B) obbligo di rientrare nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora entro un'ora determinata e di non uscirne prima di altra ora prefissata, per un periodo non superiore ad un anno;
C) sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti di identificazione validi per l'espatrio per un periodo non superiore ad un anno, nonché‚ divieto di detenzione di armi proprie di ogni genere;
D) divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative successive alla condanna, e comunque per un periodo non inferiore a tre anni.
1-ter. Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministro di Grazia e Giustizia determina, con proprio decreto, le modalità di svolgimento dell'attività non retribuita a favore della collettività di cui al comma 1-bis, lettera a).
1-quater. L'attività non retribuita a favore della collettività, da svolgersi al termine dell'espiazione della pena detentiva per un periodo massimo di dodici settimane, deve essere determinato dal giudice con modalità tali da non pregiudicare le esigenze lavorative,
di studio o di reinserimento sociale del condannato.
1-quinquies. Possono costituire oggetto dell'attività non retribuita a favore della collettività: la prestazione di attività lavorativa per opere di bonifica e restauro degli edifici danneggiati, con scritte, emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o
gruppi di cui al comma 3 dell'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654; lo svolgimento di lavoro a favore di organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, quali quelle operanti nei confronti delle persone handicappate, dei tossicodipendenti, degli anziani o degli extracomunitari; la prestazione di lavoro per finalità di protezione civile, di tutela del patrimonio ambientale e culturale, e per altre finalità pubbliche individuate con il decreto di cui al comma 1-ter.
1-sexies. L'attività può essere svolta nell'ambito e a favore di strutture pubbliche o di enti ed organizzazioni privati.
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Articolo 2
(Disposizioni di prevenzione)
1. Chiunque, in pubbliche riunioni compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, è punito con la pena della reclusione fino a tre anni e con la multa da lire duecentomila a lire cinquecentomila.
2. È vietato l'accesso ai luoghi dove si svolgono competizioni agonistiche alle persone che vi si recano con emblemi o simboli di cui al comma 1. Il contravventore è punito con l'arresto da tre mesi ad un anno.
3. Nel caso di persone denunciate o condannate per uno dei reati previsti dall'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, o per un reato aggravato ai sensi dell'articolo 3 del presente decreto, nonché‚ di persone sottoposte a misure di prevenzione perché‚ ritenute dedite alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza o la tranquillità pubblica, ovvero per i motivi di cui all'articolo 18, primo comma, n. 2-bis), della legge 22 maggio 1975, n. 152, si applica la disposizione di cui all'articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, e il divieto di accesso, conserva efficacia per un periodo di cinque anni, salvo che venga emesso provvedimento di
archiviazione, sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento o provvedimento di revoca della misura di prevenzione, ovvero se è concessa la riabilitazione ai sensi dell'articolo 178 del codice penale o dell'articolo 15 della legge 3 agosto 1988, n. 327.
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Articolo 3
(Circostanza aggravante)
1. Per i reati punibili con pena diversa da quella dell'ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l'attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, la pena è aumentata fino alla metà.
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Articolo 4
(Modifiche a disposizioni vigenti)
1. Il secondo comma dell'articolo 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645, è sostituito dal seguente:
Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni.
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Articolo 5
(Perquisizioni e sequestri)
1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell'articolo 3 o per uno dei reati previsti dall'articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, l'autorità giudiziaria dispone la perquisizione dell'immobile rispetto al quale sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l'autore se ne sia avvalso come luogo di riunione, di deposito o di rifugio o per altre attività comunque connesse al reato. Gli ufficiali di polizia giudiziaria, quando ricorrano motivi di particolare necessità ed urgenza che non consentano di richiedere l'autorizzazione telefonica del magistrato competente possono altresì procedere a perquisizioni dandone notizia, senza ritardo e comunque entro quarantotto ore, al procuratore della Repubblica, il quale, se ne ricorrono i presupposti, le convalida entro le successive quarantotto ore.
2. È sempre disposto il sequestro dell'immobile di cui al comma 1 quando in esso siano rinvenuti armi, munizioni, esplosivi od ordigni esplosivi o incendiari ovvero taluni degli oggetti indicati nell'articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110. È sempre disposto, altresì, il sequestro degli oggetti e degli altri materiali sopra indicati nonché‚ degli emblemi o materiali di propaganda propri o usuali di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui alle leggi 9 ottobre 1967, n. 962, e 13 ottobre 1975, n. 654, rinvenuti nell'immobile. Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 324 e 355 del codice di procedura penale. Qualora l'immobile sia in proprietà, in godimento o in uso esclusivo a persona estranea al reato, il sequestro non può protrarsi per oltre trenta giorni.
3. Con la sentenza di condanna o con la sentenza di cui all'articolo 444 del codice di procedura penale, il giudice, nei casi di particolare gravità, dispone la confisca dell'immobile di cui al comma 2 del presente articolo, salvo che lo stesso appartenga a persona estranea
al reato. È sempre disposta la confisca degli oggetti e degli altri materiali indicati nel medesimo comma 2.
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Articolo 6
(Disposizioni processuali)
1. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all'art. 3, comma 1, si procede in ogni caso d'ufficio.
2. Nei casi di flagranza, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà di procedere all'arresto per uno dei reati previsti dai commi quarto e quinto dell'articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, nonché quando ricorre la circostanza di cui all'articolo 3, comma 1, del presente decreto, per uno dei reati previsti dai commi primo e secondo del medesimo articolo 4 della legge n. 110 del 1975.
2-bis. All'articolo 380, comma 2, lettera l), del codice di procedura penale, sono aggiunte, in fine, le parole: delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all'articolo 3, comma 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654.
3. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all'articolo 3, comma 1, che non appartengono alla competenza della corte di assise è competente il tribunale.
4. Il tribunale è altresì competente per i delitti previsti dall'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654.
5. Per i reati indicati all'articolo 5, comma 1, il pubblico ministero procede al giudizio direttissimo anche fuori dei casi previsti dall'articolo 449 del codice di procedura penale, salvo che siano necessarie speciali indagini.
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Articolo 7
(Sospensione cautelativa e scioglimento)
1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell'articolo 3 o per uno dei reati previsti dall'articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 762, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l'attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi favorisca la commissione dei medesimi reati, può essere disposta cautelativamente, ai sensi dell'articolo 3 della legge 25 gennaio 1982, n. 17, la sospensione di ogni attività associativa.
La richiesta è presentata al giudice competente per il giudizio in ordine ai predetti reati. Avverso il provvedimento è ammesso ricorso ai sensi del quinto comma del medesimo articolo 3 della legge n. 17 del 1982.
2. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengono meno i presupposti indicati al medesimo comma.
3. Quando con sentenza irrevocabile sia accertato che l'attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi abbia favorito la commissione di taluno dei reati indicati nell'articolo 5, comma 1, il Ministro dell'interno, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri,
ordina con decreto lo scioglimento dell'organizzazione, associazione, movimento o gruppo e dispone la confisca dei beni. Il provvedimento è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
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Articolo 8
(Disposizioni finali)
1. Il settimo comma dell'articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, è abrogato.
2. Le disposizioni dei commi da 1 a 5 dell'articolo 6 si applicano solo per i fatti commessi successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto.
Amato - Mancino - Conso
Visto, il Guardasigilli: Conso
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lettera ai promotori del Venti Ottobre
Cari compagni Sansonetti, Sullo e Polo,
avete avuto l'idea di convocare la manifestazione del xx ottobre quando io stesso e moltissimi compagni eravamo contrari (ci sbagliavamo) perchè la ritenevano un esercizio motorio, uno sfogatoio per coprire la cedevolissima presenza della sinistra del governo
e attraversare il tempo (sono già passati quasi due anni) per giungere senza rotture traumatiche alla fine della legislatura. In effetti, non solo è stupefacente la condotta di Ferrero e degli altri della sinistra di governo ma anche dei gruppi parlamentari se è vero che ieri su una questione di fondamentale importanza per la laicità dello Stato si è registrata l'astensione dei senatori che equivale ad un no. Insomma, mi pare di rivivere, seppur in un quadro di gran lunga peggiore, l'esperienza dei socialisti che con Riccardo Lombardi direttore dell'Avanti! contestavano i "ministerialisti", la destra che con il governo e le mutazioni genetiche del corpo del Partito si andava formando e che poi, dopo tanto tempo, è degenerata nel craxismo ed ancora dopo la diaspora nel berlusconismo.
In effetti, stento a credere ad errori di ingenuità di persone per la prima volta alle prese con responsabilità di governo. Avevo avuto modo di protestare con Ferrero per il suo comportamento verso il muro di Via Anelli e poi, cosa per me gravissima, il festeggiamento con Zanonato dell'avvenuta deportazione degli abitanti dalla stessa via.
Non sento alcuna protesta dentro il Governo dei pogrom sia pure incruenti che la polizia fa dei campi situati alle rive del Tevere e dell'Aniene. Penso che siano illegittimi e contro i diritti delle persone. Penso che non sia umano sdradicare i bambini dalle loro zone dove frequentano le scuole. Veltroni non si è fatto scrupolo di trattare la questione delle favelas romane come di una lebbra da guarire allontanandola con la violenza poliziesca dalla vista.
Io la penso come Parlato e Cremaschi. Meglio la crisi del governo anche a costo che ritorni Berlusconi. Io non credo comunque che tornerà Berlusconi se la sinistra ritroverà se stessa come il venti ottobre dove il gruppo dirigente appariva però devirilizzante della grandezza e della forza del popolo convenuto. Ritengo che se il prezzo della salvezza del governo è colonizzare la sinistra con la cultura di destra questo sia cosa da impedire a tutti i costi. I governi passano ma le profonde mutazioni culturali e del sentire comune restano. In ogni caso, penso che se ci fosse stata minore arrendevolezza dei nostri ministri non saremmo a questo punto difficilissimo. Prodi non si sarebbe spinto molto se non avesse saputo che al dunque ferrero cedeva. Con Dini è assai più cauto e comprensivo.
Si dovrebbe chiedere il rimpasto del governo e non approvare nè il decreto della vergogna nè gli accordi del welfare che preludono ad altre altre gravi spoliazioni dei diritti del lavoro come la saponificazione dei ccn. Si dovrebbe chiedere anche il Congresso straordinario della CGIL.
Mi domando perchè non si presenti un progetto pèr l'integrazione dei Rom e per aiutare concretamente i lavoratori a pagarsi un affitto o a farsi una casa e un organico progetto per gli schiavi stagionali delle nostre campagne. La sinistra non dove frenare l'azione del governo, deve prendere l'iniziativa di fare, di proporre, di spostare alla solidarietà ed alla spesa sociale una parte delle risorse.
Concludo rammaricandomi del fatto che nessun contatto esiste tra la sinistra ed i popoli delle favelas. Nel primo novecento, i socialisti propagandavano il socialismo con l'alfabetizzazione e la costituzione delle società di mutuo soccorso e le cooperative. Oggi si tratta sempre di stare in mezzo al popolo e non farsi descrivere le favelas da Concita de Gregorio e Giuseppe D'Avanzo.
Ma credo che non si farà niente se non quella che Cremaschi chiama "la politica della riduzione del danno." ed intanto il sottosegretario Luigi Manconi invita dall'Unità a criminalizzare i genitori rom dei bambini mendicanti, togliere loro la patria potesta ed istituzionalizzarli magari per pagare rette salate a istituti religiosi ed affidarli a persone che non di rado sono risultate pedofile e violente.
Pietro Ancona
già segretario della CGIL siciliana
già membro del CNEL
avete avuto l'idea di convocare la manifestazione del xx ottobre quando io stesso e moltissimi compagni eravamo contrari (ci sbagliavamo) perchè la ritenevano un esercizio motorio, uno sfogatoio per coprire la cedevolissima presenza della sinistra del governo
e attraversare il tempo (sono già passati quasi due anni) per giungere senza rotture traumatiche alla fine della legislatura. In effetti, non solo è stupefacente la condotta di Ferrero e degli altri della sinistra di governo ma anche dei gruppi parlamentari se è vero che ieri su una questione di fondamentale importanza per la laicità dello Stato si è registrata l'astensione dei senatori che equivale ad un no. Insomma, mi pare di rivivere, seppur in un quadro di gran lunga peggiore, l'esperienza dei socialisti che con Riccardo Lombardi direttore dell'Avanti! contestavano i "ministerialisti", la destra che con il governo e le mutazioni genetiche del corpo del Partito si andava formando e che poi, dopo tanto tempo, è degenerata nel craxismo ed ancora dopo la diaspora nel berlusconismo.
In effetti, stento a credere ad errori di ingenuità di persone per la prima volta alle prese con responsabilità di governo. Avevo avuto modo di protestare con Ferrero per il suo comportamento verso il muro di Via Anelli e poi, cosa per me gravissima, il festeggiamento con Zanonato dell'avvenuta deportazione degli abitanti dalla stessa via.
Non sento alcuna protesta dentro il Governo dei pogrom sia pure incruenti che la polizia fa dei campi situati alle rive del Tevere e dell'Aniene. Penso che siano illegittimi e contro i diritti delle persone. Penso che non sia umano sdradicare i bambini dalle loro zone dove frequentano le scuole. Veltroni non si è fatto scrupolo di trattare la questione delle favelas romane come di una lebbra da guarire allontanandola con la violenza poliziesca dalla vista.
Io la penso come Parlato e Cremaschi. Meglio la crisi del governo anche a costo che ritorni Berlusconi. Io non credo comunque che tornerà Berlusconi se la sinistra ritroverà se stessa come il venti ottobre dove il gruppo dirigente appariva però devirilizzante della grandezza e della forza del popolo convenuto. Ritengo che se il prezzo della salvezza del governo è colonizzare la sinistra con la cultura di destra questo sia cosa da impedire a tutti i costi. I governi passano ma le profonde mutazioni culturali e del sentire comune restano. In ogni caso, penso che se ci fosse stata minore arrendevolezza dei nostri ministri non saremmo a questo punto difficilissimo. Prodi non si sarebbe spinto molto se non avesse saputo che al dunque ferrero cedeva. Con Dini è assai più cauto e comprensivo.
Si dovrebbe chiedere il rimpasto del governo e non approvare nè il decreto della vergogna nè gli accordi del welfare che preludono ad altre altre gravi spoliazioni dei diritti del lavoro come la saponificazione dei ccn. Si dovrebbe chiedere anche il Congresso straordinario della CGIL.
Mi domando perchè non si presenti un progetto pèr l'integrazione dei Rom e per aiutare concretamente i lavoratori a pagarsi un affitto o a farsi una casa e un organico progetto per gli schiavi stagionali delle nostre campagne. La sinistra non dove frenare l'azione del governo, deve prendere l'iniziativa di fare, di proporre, di spostare alla solidarietà ed alla spesa sociale una parte delle risorse.
Concludo rammaricandomi del fatto che nessun contatto esiste tra la sinistra ed i popoli delle favelas. Nel primo novecento, i socialisti propagandavano il socialismo con l'alfabetizzazione e la costituzione delle società di mutuo soccorso e le cooperative. Oggi si tratta sempre di stare in mezzo al popolo e non farsi descrivere le favelas da Concita de Gregorio e Giuseppe D'Avanzo.
Ma credo che non si farà niente se non quella che Cremaschi chiama "la politica della riduzione del danno." ed intanto il sottosegretario Luigi Manconi invita dall'Unità a criminalizzare i genitori rom dei bambini mendicanti, togliere loro la patria potesta ed istituzionalizzarli magari per pagare rette salate a istituti religiosi ed affidarli a persone che non di rado sono risultate pedofile e violente.
Pietro Ancona
già segretario della CGIL siciliana
già membro del CNEL
lettera ad un uomo di governo
Caro Manconi,
lei che pur viene da una lunga e tormentata emarginazione, dimentico di questa e del fatto che i diritti umani e civili sono indivisibili e garantiti dai documenti prodotti nei momenti migliori della storia dell'umanità, scrive oggi sull'Unità, il giornale che fu di Antonio Gramsci e la voce del movimento comunista italiano
"In altri termini, se la sospensione della patria potestà o la condanna penale nei confronti dei genitori o altre misure altrettanto severe rispondono ai due criteri prima indicati (efficacia del provvedimento ed efficacia delle soluzioni alternative per l’affidamento dei minori), esse vanno assunte senza aspettare che politiche pubbliche, strategie sociali e programmi culturali ottengano il giusto risultato: il fatto, cioè, che siano quegli stessi genitori a rinunciare all’uso manipolatorio dei propri figli. Insomma, siamo in presenza di un caso dove - mentre si lavora per rimuovere le cause lontane - si deve agire, e subito, per intervenire, qui e ora, su ciò che, qui e ora, dolorosamente accade.!"
Insomma lei propone di strappare alle loro famiglie i bambini e di istituzionalizzarli o di affidarli in adozione a famiglie magari stanche di cercarli all'estero e nei paesi più poveri del mondo.
Non ho mai condiviso le decisioni dei giudici italiani che hanno strappati bambini a famiglie che non potevano dimostrare di poterli mantenere. Sono provvedimenti pieni di un contenuto di oppressione classista intollerabile dal momento che lo Stato anzicchè pagare le rette alle istituzioni (spesso religiose) potrebbe aiutare le famiglie senza distruggerle. Ma forse per lei la distruzione di una famiglia di povera gente non è importante!!
En passant aggiungo che spesso gli orfanotrofi gestiti da religiosi sono lagers e non mancano casi di pedofilia,
molestie, violenze e quanto altro le lascio immaginare.
Io sono stato il primogenito di una famiglia poverissima. Eravano tre fratelli e quattro sorelle. Mio padre era un povero venditore ambulante e tuttavia quasi sempre riusciva ad assicurarci il pane. In certi periodi dell'anno, quando a casa entrare il mostro della fame, io saltavo di andare a scuola e facevo il venditore di frutta per le scale di Agrigento città che è tutta scale almeno come io ne conservo tristissimo ricordo. Avevo dodici o tredici anni ed andavo in giro dal mattino presto con una grossa cesta di almeno venti chili di frutta assicurata da una robusta cinghia alle spalle che ancora me li sento bruciare e doloranti. In giro fino a quando non vendevo tutto. La frutta che restava invenduta annullava il piccolo guadagno.Sono trascorsi oltre cinquanta anni di allora.
Lei crede che io ero sfruttato dai miei genitori? lei crede che sono sfruttati i bambini siciliani che a migliaia ancora oggi servono nei bar e fanno vari servizi quando dovrebbero essere o a scuola o a giocare per vivere una fanciullezza ed una adolescenza che non conosceranno mai?
Rovesciare la responsabilità di questo sui genitori (magari perchè hanno fatto troppi figli) è operazione tipica della ideologia reaganiana che ha ribadito essere la povertà una colpa ed i poveri colpevoli. Sono poveri perchè non virtuosi oppure perchè Dio li ha voluto punire.
Sui rom si informi meglio. I loro bambini andavano regolarmente a scuola prima che i Sindaci di Pavia, di Bologna e Veltroni (sindaco della più grande favelas dell'occidente) distruggessero i loro miseri accampamenti li sdradicassero dalle scuole che frequentavano senza prospettare alcuna alternativa. Si faccia raccontare dall'associazione Pasolini di Pavia che cosa è successo ai piccoli rom dopo la deportazione delle loro famiglie dall'ex Snia dove abitavano da anni.
La sua soluzione sarebbe piaciuta ad Hitler. I collaboratori di Hitler agivano sulle sue stesse coordinate. Decoro borghese delle città, ordine e pulizia
più importante degli esseri umani. Se provo ad immaginarvi visivamente il nazismo vedo grandi geometrie ordinatissime, citta controllate dai poliziotti, E non finga di ignorare che l'invasione dei rumeni e degli altri (come la chiamate) è dovuta alle aziende lagers che abbiamo impiantato in Romania ed in Polonia a salari di 150 euro al mese, è dovuta allo sconvolgimento della penisola balcanica che l'Italia ha inondato di bombe all'uranio per condannare ad essere mostri anche i bambini che ancora debbono nascere; è dovuta al muro di Israele ed all'atroce occupazione dello Irak e dell'Afghanistan che dura da tanti anni.
Che un uomo di legge, sottosegretario alla Giustizia proponga le misure razziste che lei suggerisce seppur velandone un poco ambiguamente con un "se", lascia sperare assai poco su questo Governo.
Cordiali saluti.
Pietro Ancona
lei che pur viene da una lunga e tormentata emarginazione, dimentico di questa e del fatto che i diritti umani e civili sono indivisibili e garantiti dai documenti prodotti nei momenti migliori della storia dell'umanità, scrive oggi sull'Unità, il giornale che fu di Antonio Gramsci e la voce del movimento comunista italiano
"In altri termini, se la sospensione della patria potestà o la condanna penale nei confronti dei genitori o altre misure altrettanto severe rispondono ai due criteri prima indicati (efficacia del provvedimento ed efficacia delle soluzioni alternative per l’affidamento dei minori), esse vanno assunte senza aspettare che politiche pubbliche, strategie sociali e programmi culturali ottengano il giusto risultato: il fatto, cioè, che siano quegli stessi genitori a rinunciare all’uso manipolatorio dei propri figli. Insomma, siamo in presenza di un caso dove - mentre si lavora per rimuovere le cause lontane - si deve agire, e subito, per intervenire, qui e ora, su ciò che, qui e ora, dolorosamente accade.!"
Insomma lei propone di strappare alle loro famiglie i bambini e di istituzionalizzarli o di affidarli in adozione a famiglie magari stanche di cercarli all'estero e nei paesi più poveri del mondo.
Non ho mai condiviso le decisioni dei giudici italiani che hanno strappati bambini a famiglie che non potevano dimostrare di poterli mantenere. Sono provvedimenti pieni di un contenuto di oppressione classista intollerabile dal momento che lo Stato anzicchè pagare le rette alle istituzioni (spesso religiose) potrebbe aiutare le famiglie senza distruggerle. Ma forse per lei la distruzione di una famiglia di povera gente non è importante!!
En passant aggiungo che spesso gli orfanotrofi gestiti da religiosi sono lagers e non mancano casi di pedofilia,
molestie, violenze e quanto altro le lascio immaginare.
Io sono stato il primogenito di una famiglia poverissima. Eravano tre fratelli e quattro sorelle. Mio padre era un povero venditore ambulante e tuttavia quasi sempre riusciva ad assicurarci il pane. In certi periodi dell'anno, quando a casa entrare il mostro della fame, io saltavo di andare a scuola e facevo il venditore di frutta per le scale di Agrigento città che è tutta scale almeno come io ne conservo tristissimo ricordo. Avevo dodici o tredici anni ed andavo in giro dal mattino presto con una grossa cesta di almeno venti chili di frutta assicurata da una robusta cinghia alle spalle che ancora me li sento bruciare e doloranti. In giro fino a quando non vendevo tutto. La frutta che restava invenduta annullava il piccolo guadagno.Sono trascorsi oltre cinquanta anni di allora.
Lei crede che io ero sfruttato dai miei genitori? lei crede che sono sfruttati i bambini siciliani che a migliaia ancora oggi servono nei bar e fanno vari servizi quando dovrebbero essere o a scuola o a giocare per vivere una fanciullezza ed una adolescenza che non conosceranno mai?
Rovesciare la responsabilità di questo sui genitori (magari perchè hanno fatto troppi figli) è operazione tipica della ideologia reaganiana che ha ribadito essere la povertà una colpa ed i poveri colpevoli. Sono poveri perchè non virtuosi oppure perchè Dio li ha voluto punire.
Sui rom si informi meglio. I loro bambini andavano regolarmente a scuola prima che i Sindaci di Pavia, di Bologna e Veltroni (sindaco della più grande favelas dell'occidente) distruggessero i loro miseri accampamenti li sdradicassero dalle scuole che frequentavano senza prospettare alcuna alternativa. Si faccia raccontare dall'associazione Pasolini di Pavia che cosa è successo ai piccoli rom dopo la deportazione delle loro famiglie dall'ex Snia dove abitavano da anni.
La sua soluzione sarebbe piaciuta ad Hitler. I collaboratori di Hitler agivano sulle sue stesse coordinate. Decoro borghese delle città, ordine e pulizia
più importante degli esseri umani. Se provo ad immaginarvi visivamente il nazismo vedo grandi geometrie ordinatissime, citta controllate dai poliziotti, E non finga di ignorare che l'invasione dei rumeni e degli altri (come la chiamate) è dovuta alle aziende lagers che abbiamo impiantato in Romania ed in Polonia a salari di 150 euro al mese, è dovuta allo sconvolgimento della penisola balcanica che l'Italia ha inondato di bombe all'uranio per condannare ad essere mostri anche i bambini che ancora debbono nascere; è dovuta al muro di Israele ed all'atroce occupazione dello Irak e dell'Afghanistan che dura da tanti anni.
Che un uomo di legge, sottosegretario alla Giustizia proponga le misure razziste che lei suggerisce seppur velandone un poco ambiguamente con un "se", lascia sperare assai poco su questo Governo.
Cordiali saluti.
Pietro Ancona
mercoledì 7 novembre 2007
90 anniversario rivoluzione d'ottobre
JOHN REED E LA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE
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Figlio di una famiglia agiata, John Reed nacque il 10 ottobre 1887 a Portland, nell'Oregon. Dopo gli studi nella prestigiosa università di Harvard, fece un brillante debutto in campi letterari diversi: poesia, drammaturgia, saggistica. I suoi biografi, D. Walker e R. O'Connor, hanno scritto che l'origine sociale di Reed e l'educazione ricevuta lo avevano magnificamente preparato a difendere lo status quo più che ad attaccarlo, Ma, contro ogni aspettativa quest'uomo, sin dal suoi primi racconti, volle prestare attenzione alle contraddizioni sociali del mondo del lavoro. Che cosa lo spingeva? La prima dolorosa esperienza l'ebbe a Paterson, nel New Jersey, quando venne arrestato per aver partecipato a uno sciopero operaio. Il saggio Guerra a Paterson (1913) mostra chiaramente che le sue simpatie andavano ai lavoratori.
Come corrispondente del giornale World fu inviato in Messico, dove stava per scoppiare la guerra civile. L'opera Messico insorto (1914) dà la netta impressione che Reed non sia stato allora un semplice cronista-spettatore degli avvenimenti ma un diretto protagonista, un attivo combattente per la rivoluzione. Sempre più si stava rendendo conto che la lotta di classe fra il proletarIato e la borghesia era inevitabile. Per convincersene definitivamente gli bastò un soggiorno più che triennale sui campi di battaglia dell'Europa occidentale durante la prima guerra mondiale.
Nella primavera e nell'estate 1917, quando gli Stati Uniti si lasciarono prendere dall'isteria bellicista -sapientemente alimentata dai business circles e dagli ambienti governativi che speravano di trarre il massimo dalla decisione di entrare in guerra - John Reed, di ritorno dall'Europa, dichiarò apertamente sulla stampa e nel corso di vari incontri che la guerra in corso era una guerra di rapina, estranea agli interessi dei popolo americano, e che lui non vi avrebbe preso parte, anche a costo d'essere arrestato e processato. L'opera che documenta l'evoluzione del suo pensiero, in questo periodo, è La guerra in Europa occidentale.
Mentre seguiva attentamente lo svolgersi della lotta armata in Europa, apprese con entusiasmo la vittoria della rivoluzione democratico-borghese del febbraio 1917 in Russia. Nell'agosto dello stesso anno si recò là in qualità di corrispondente di guerra della rivista socialista The Masses. Lo accompagnò la moglie Louise Bryant, anch'essa giornalista.
Giunto a Pietrogrado fu subito messo di fronte alla situazione che si era creata in seguito alla repressione della sommossa controrivoluzionaria di Kornilov e avvertì immediatamente la forte ostilità fra la borghesia e il proletariato; lo dimostra un'intervista che gli concesse il magnate petrolifero S. Liazanov, il “Rockefeller russo”. Reed rimase sbalordito dalla franchezza del suo interlocutore. Liazanov infatti gli spiegava che cosa facevano le classi possidenti per far morire di fame la rivoluzione: inondavano le miniere, distruggevano i macchinari delle fabbriche e delle officine, chiudevano le imprese, disorganizzavano il traffico ferroviario. In una parola, gli aveva detto che per nessuna ragione al mondo gli imprenditori avrebbero permesso agli operai di poter controllare la produzione. Il giornalista americano trasse la conclusione che fra operai e capitalisti non c'era niente in comune, e che se per gli uni la rivoluzione era una malattia da curare, per gli altri si trattava di una questione di vita o di morte: l'unica via in grado di portarli alla liberazione tanto attesa.
Che l'ultima decisiva battaglia fosse imminente Reed poteva verificarlo molto facilmente nel corso delle numerose riunioni e manifestazioni operaie cui assisteva nelle aziende che con immenso piacere aveva l'opportunità di visitare. In una lettera alla redazione del suo giornale Reed afferma che, per ampiezza e profondità, quanto stava per accadere in Russia eclissava completamente ciò ch'egli aveva potuto vedere in Messico. Dopo aver fatto un viaggio sul fronte dei nord in compagnia dei giornalista americano A.R. Williams, ed essersi intrattenuto coi soldati e gli ufficiali della 12a Armata che combatteva contro i tedeschi presso Riga, Reed s'accorse che i soldati - non solo di quella ma di tutte le armate al fronte - non volevano più continuare la guerra, e che per loro l'unica speranza era il trionfo della rivoluzione proletaria.
Tracciando lo sviluppo degli avvenimenti ch'ebbero luogo in Russia dal febbraio all'ottobre 1917, Reed scriveva che la rivoluzione di febbraio era stata popolare, non semplicemente borghese. Egli comprese che la vittoria della rivoluzione era legata all'iniziativa delle masse popolari - operai, soldati, contadini - guidate dal partito bolscevico, ma di questo, in verità, s'era reso conto anche il governo provvisorio di Kerenski, il quale, due giorni prima della rivoluzione socialista, dichiarò alla stampa d'aver forze sufficienti per reprimere qualunque tentativo d'insurrezione bolscevica. Reed, in un articolo dedicato a questo statista, si dichiarò però convinto ch'egli non sarebbe riuscito in nessun modo a evitare lo scontro decisivo fra le due classi antagoniste e che in questo scontro il proletariato avrebbe sicuramente vinto.
La giornata del 7 novembre (25 ottobre, secondo il vecchio calendario) venne descritta da Reed con molti dettagli. La piazza dove si trovava il palazzo d'Inverno - l'antica residenza degli zar, ora baluardo del governo provvisorio borghese - era presidiata (la sentinelle in tutti i suoi punti strategici. Anche A. R. Williams ricorda con emozione quegli avvenimenti nei suo libro Viaggio nella rivoluzione. Essi fecero visita al palazzo d'Inverno poco prima dell'assalto rivoluzionario, ma vedendo i loro lasciapassare, concessi dal comitato militare rivoluzionario, una sentinella non li lasciò entrare. Allora mostrarono i passaporti americani a un'altra sentinella, pensando in questo modo di poter entrare facilmente; ancora non s'erano resi conto che da 10 ore il palazzo era circondato da soldati, guardie rosse e marinai bolscevichi pronti a intervenire da un momento all'altro.
Quel giorno gli unici giornalisti stranieri presenti nella sede del governo provvisorio furono loro tre: Reed, sua moglie e Williams. Vi rimasero però ben poco. Preferirono recarsi al vecchio istituto Smolny dove si trovava lo stato maggiore della rivoluzione e fu appunto lì che il soviet di Pietrogrado, riunito in seduta straordinaria, dichiarò che il governo provvisorio era stato rovesciato.
Appresa la notizia, Reed e i suoi compagni guadagnarono la sala delle conferenze dove si tenne il Il congresso dei soviet di Russia e ne seguirono tutti i lavori, sentendo parlare per la prima volta Lenin. Dopodiché si recarono sul luogo della vittoria proletaria, consapevoli d'essere testimoni d'un avvenimento assolutamente eccezionale.
Reed comprendeva bene la complessità della situazione. Il 17 novembre scriveva che la borghesia, sebbene sconfitta, non era stata ancora disarmata e che, allo stesso tempo, non c'era in Russia alcuna forza capace di tener testa ai bolscevichi, i quali, ponendo nel loro programma immediato i tre fondamentali obiettivi: pane, pace e terra, avevano ottenuto vastissimi consensi.
Il 10 novembre, infatti, Reed, usufruendo di un pass concessogli dal soviet di Pietrogrado, era partito per le linee avanzate del fronte settentrionale (presso Pietrogrado) dove si svolgevano dure battaglie contro le truppe di Kerenski (e nello stesso giorno, presso le alture di Pulkovo, contro il III corpo di cavalleria del generale Krasnov).
La rivista The Liberator pubblicò il suo articolo, scritto nella cabina d'un camion, sulla sconfitta definitiva di queste forze controrivoluzionarie. Ma Reed non si accontentò di mettere il suo talento di giornalista al servizio della rivoluzione, volle anche lavorare nell'ufficio della propaganda rivoluzionarla internazionale presso il Commissariato del popolo agli affari esteri, dove preparava materiali destinati a essere diffusi fra le truppe e i prigionieri di guerra tedeschi. Scrisse poi una serie di articoli intitolati Insurrezione del proletariato che spedì alla rivista Masses, i cui redattori però non poterono stampare perché tratti in arresto.
Circa 4 mesi dopo una parte degli articoli, leggermente modificati, venne pubblicata con il titolo Red Russia nella rivista Liberator, che aveva rimpiazzato Masses. Ma all'inizio del febbraio 1918 Reed dovette lasciare Pietrogrado per difendere la causa dei redattori di Masses, che stavano per essere processati. I diplomatici americani dell'ambasciata di Pietrogrado cercarono di ostacolare questa sua decisione facendolo restare due mesi a Oslo, e quando finalmente arrivò a New York, il 28 aprile, la polizia federale gli sequestrò tutti i documenti sulla rivoluzione d'Ottobre e solo dopo molti mesi d'insistenti richieste glieli restituì.
Reed svolse negli Usa intense attività rivoluzionarie. Militò nelle file dell'ala sinistra del partito socialista, fece una serie di conferenze per tutto il paese smentendo le affermazioni della stampa borghese sull'Ottobre, lottò per la creazione d'un partito comunista. Il 1 maggio fece pubblicare nel giornale socialista The New York Call una sua dichiarazione sulla coraggiosa lotta dei proletariato sovietico contro l'imperialismo russo e tedesco.
Questa attività e queste prese di posizione allarmarono le autorità americane che vietarono un meeting, precedentemente autorizzato, a Filadelfia. Reed parlò lo stesso a diverse centinaia di persone in un viale della città, per cui venne arrestato e coloro che tra la folla cercarono di proteggerlo vennero malmenati dalla polizia. Reed fu accusato di incitamento alla rivolta ma data l'assoluta inconsistenza dell'accusa fu rilasciato su cauzione. Questo gli permise di recarsi negli stati del middle west e di parlare della rivoluzione russa a Cleveland, a Detroit e in altre città. La sorveglianza della polizia e le perquisizioni in casa sua aumentarono. A Detroit diverse persone furono arrestate.
Quando, durante l'estate 1918 le truppe di non pochi stati capitalisti decisero di invadere i territori dell'Urss, Reed rivolse all'amministrazione del suo paese e ai governi degli altri paesi interventisti un appello dal titolo Dovete riconoscere la Russia!, dove cercava di mettere in luce l'inconsistenza delle tesi della stampa borghese, secondo cui l'intervento dei paesi capitalisti sarebbe stato giustificato dal cosiddetto “tradimento” dei russi che avevano osato firmare nel marzo 1918 la pace di Brest-Litovsk con i tedeschi.
In questa stessa estate Reed si dimise dal consiglio di redazione della rivista Liberator per non dover avallarne i cedimenti politici, ma non smise di collaborarvi. Nel settembre fu però di nuovo arrestato per aver condannato l'intervento dell'Intesa in Russia e pochi giorni dopo il giornale New York Call pubblicò una sua lettera in cui Reed faceva chiaramente intendere che non si sarebbe lasciato intimidire da nessuno.
Nel processo infatti non si comportò come un accusato ma come un accusatore, tanto che i giurati non ebbero il coraggio di condannarlo. Reed poté così scrivere articoli su articoli, difendendo le conquiste della rivoluzione d'Ottobre, il suo carattere popolare e pacifico, democratico e socialista.
Alla fine del 1918-inizio 1919 Reed lavorò intensamente al suo più famoso libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo, che Lenin stesso apprezzò raccomandandone la diffusione fra gli operai di tutti i paesi del mondo. Appena il manoscritto fu consegnato all'editore, Reed fu costretto a comparire davanti alla commissione senatoriale speciale, conosciuta sotto il nome di “commissione Overman”. Alla domanda del comandante Humes, un portavoce del Ministero della difesa: “Avete mai parlato nei vostri interventi pubblici della necessità di fare negli Stati Uniti una rivoluzione simile a quella avvenuta in Russia?”, Reed rispose coraggiosamente che non desiderava altro. Cercando di screditarlo, la stampa borghese (anzitutto il New York Times) ricorse alla calunnia e alla falsificazione delle sue deposizioni davanti alla commissione.
Reed inviò alla redazione del New York Times una lettera con cui denunciava i calunniatori che lo accusavano d'essere un agente pagato dai bolscevichi. Il quotidiano respinse la lettera, che fu invece pubblicata dalla rivista The Revolutionary Age. Il libro comunque uscì lo stesso negli Stati Uniti e venne salutato dalla stampa di sinistra come un capolavoro.
Poco dopo, alla fine del settembre 1919, Reed si recò di nuovo in Russia per partecipare ai lavori del comitato esecutivo dell'Internazionale comunista in qualità di rappresentante dei partito comunista operaio americano. Il viaggio fu pericoloso anche perché bisognava attraversare illegalmente le frontiere della Svezia e della Finlandia.
Arrivato in Russia, Reed pensò di scrivere un secondo libro sulle conquiste della rivoluzione. Raccolse molto materiale, viaggiò nel dintorni di Mosca, intervistò i lavoratori: a Serpukhov prese la parola durante un'assemblea di rappresentanti operai e incontrò Lenin, a Mosca, diverse volte, parlandogli dei suoi progetti.
Partì da Mosca nel gennaio 1920 diretto negli Stati Uniti, ma le autorità finlandesi di Abo lo arrestarono e lo incarcerarono. Rilasciato agli inizi di giugno, Reed si vide rifiutare il permesso d'ingresso dal governo americano, che lo giudicava un pericoloso militante politico. Nell'agosto dello stesso anno, in qualità di membro del comitato esecutivo dell'Internazionale comunista partecipò ai lavori del I congresso dei popoli d'oriente a Baku, nel Caucaso. Il 20 settembre chiese a Lenin di concedere un'intervista a sua moglie, Louise Bryant, poi pubblicata nel giornale Washington Times; l'argomento principale erano i rapporti, anche economici fra Usa e Urss.
Purtroppo Reed tornò da Baku a Mosca malato di tifo e le cure non riuscirono a salvarlo. La rivista Liberator annunciò la sua morte con le parole: “Deceduto mentre svolgeva il suo dovere rivoluzionario”.
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Enrico Galavotti - Homolaicus - Rivoluzione russa
http://www.kirjasto.sci.fi/johnreed.htm
http://www.marxists.org/archive/reed/
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Figlio di una famiglia agiata, John Reed nacque il 10 ottobre 1887 a Portland, nell'Oregon. Dopo gli studi nella prestigiosa università di Harvard, fece un brillante debutto in campi letterari diversi: poesia, drammaturgia, saggistica. I suoi biografi, D. Walker e R. O'Connor, hanno scritto che l'origine sociale di Reed e l'educazione ricevuta lo avevano magnificamente preparato a difendere lo status quo più che ad attaccarlo, Ma, contro ogni aspettativa quest'uomo, sin dal suoi primi racconti, volle prestare attenzione alle contraddizioni sociali del mondo del lavoro. Che cosa lo spingeva? La prima dolorosa esperienza l'ebbe a Paterson, nel New Jersey, quando venne arrestato per aver partecipato a uno sciopero operaio. Il saggio Guerra a Paterson (1913) mostra chiaramente che le sue simpatie andavano ai lavoratori.
Come corrispondente del giornale World fu inviato in Messico, dove stava per scoppiare la guerra civile. L'opera Messico insorto (1914) dà la netta impressione che Reed non sia stato allora un semplice cronista-spettatore degli avvenimenti ma un diretto protagonista, un attivo combattente per la rivoluzione. Sempre più si stava rendendo conto che la lotta di classe fra il proletarIato e la borghesia era inevitabile. Per convincersene definitivamente gli bastò un soggiorno più che triennale sui campi di battaglia dell'Europa occidentale durante la prima guerra mondiale.
Nella primavera e nell'estate 1917, quando gli Stati Uniti si lasciarono prendere dall'isteria bellicista -sapientemente alimentata dai business circles e dagli ambienti governativi che speravano di trarre il massimo dalla decisione di entrare in guerra - John Reed, di ritorno dall'Europa, dichiarò apertamente sulla stampa e nel corso di vari incontri che la guerra in corso era una guerra di rapina, estranea agli interessi dei popolo americano, e che lui non vi avrebbe preso parte, anche a costo d'essere arrestato e processato. L'opera che documenta l'evoluzione del suo pensiero, in questo periodo, è La guerra in Europa occidentale.
Mentre seguiva attentamente lo svolgersi della lotta armata in Europa, apprese con entusiasmo la vittoria della rivoluzione democratico-borghese del febbraio 1917 in Russia. Nell'agosto dello stesso anno si recò là in qualità di corrispondente di guerra della rivista socialista The Masses. Lo accompagnò la moglie Louise Bryant, anch'essa giornalista.
Giunto a Pietrogrado fu subito messo di fronte alla situazione che si era creata in seguito alla repressione della sommossa controrivoluzionaria di Kornilov e avvertì immediatamente la forte ostilità fra la borghesia e il proletariato; lo dimostra un'intervista che gli concesse il magnate petrolifero S. Liazanov, il “Rockefeller russo”. Reed rimase sbalordito dalla franchezza del suo interlocutore. Liazanov infatti gli spiegava che cosa facevano le classi possidenti per far morire di fame la rivoluzione: inondavano le miniere, distruggevano i macchinari delle fabbriche e delle officine, chiudevano le imprese, disorganizzavano il traffico ferroviario. In una parola, gli aveva detto che per nessuna ragione al mondo gli imprenditori avrebbero permesso agli operai di poter controllare la produzione. Il giornalista americano trasse la conclusione che fra operai e capitalisti non c'era niente in comune, e che se per gli uni la rivoluzione era una malattia da curare, per gli altri si trattava di una questione di vita o di morte: l'unica via in grado di portarli alla liberazione tanto attesa.
Che l'ultima decisiva battaglia fosse imminente Reed poteva verificarlo molto facilmente nel corso delle numerose riunioni e manifestazioni operaie cui assisteva nelle aziende che con immenso piacere aveva l'opportunità di visitare. In una lettera alla redazione del suo giornale Reed afferma che, per ampiezza e profondità, quanto stava per accadere in Russia eclissava completamente ciò ch'egli aveva potuto vedere in Messico. Dopo aver fatto un viaggio sul fronte dei nord in compagnia dei giornalista americano A.R. Williams, ed essersi intrattenuto coi soldati e gli ufficiali della 12a Armata che combatteva contro i tedeschi presso Riga, Reed s'accorse che i soldati - non solo di quella ma di tutte le armate al fronte - non volevano più continuare la guerra, e che per loro l'unica speranza era il trionfo della rivoluzione proletaria.
Tracciando lo sviluppo degli avvenimenti ch'ebbero luogo in Russia dal febbraio all'ottobre 1917, Reed scriveva che la rivoluzione di febbraio era stata popolare, non semplicemente borghese. Egli comprese che la vittoria della rivoluzione era legata all'iniziativa delle masse popolari - operai, soldati, contadini - guidate dal partito bolscevico, ma di questo, in verità, s'era reso conto anche il governo provvisorio di Kerenski, il quale, due giorni prima della rivoluzione socialista, dichiarò alla stampa d'aver forze sufficienti per reprimere qualunque tentativo d'insurrezione bolscevica. Reed, in un articolo dedicato a questo statista, si dichiarò però convinto ch'egli non sarebbe riuscito in nessun modo a evitare lo scontro decisivo fra le due classi antagoniste e che in questo scontro il proletariato avrebbe sicuramente vinto.
La giornata del 7 novembre (25 ottobre, secondo il vecchio calendario) venne descritta da Reed con molti dettagli. La piazza dove si trovava il palazzo d'Inverno - l'antica residenza degli zar, ora baluardo del governo provvisorio borghese - era presidiata (la sentinelle in tutti i suoi punti strategici. Anche A. R. Williams ricorda con emozione quegli avvenimenti nei suo libro Viaggio nella rivoluzione. Essi fecero visita al palazzo d'Inverno poco prima dell'assalto rivoluzionario, ma vedendo i loro lasciapassare, concessi dal comitato militare rivoluzionario, una sentinella non li lasciò entrare. Allora mostrarono i passaporti americani a un'altra sentinella, pensando in questo modo di poter entrare facilmente; ancora non s'erano resi conto che da 10 ore il palazzo era circondato da soldati, guardie rosse e marinai bolscevichi pronti a intervenire da un momento all'altro.
Quel giorno gli unici giornalisti stranieri presenti nella sede del governo provvisorio furono loro tre: Reed, sua moglie e Williams. Vi rimasero però ben poco. Preferirono recarsi al vecchio istituto Smolny dove si trovava lo stato maggiore della rivoluzione e fu appunto lì che il soviet di Pietrogrado, riunito in seduta straordinaria, dichiarò che il governo provvisorio era stato rovesciato.
Appresa la notizia, Reed e i suoi compagni guadagnarono la sala delle conferenze dove si tenne il Il congresso dei soviet di Russia e ne seguirono tutti i lavori, sentendo parlare per la prima volta Lenin. Dopodiché si recarono sul luogo della vittoria proletaria, consapevoli d'essere testimoni d'un avvenimento assolutamente eccezionale.
Reed comprendeva bene la complessità della situazione. Il 17 novembre scriveva che la borghesia, sebbene sconfitta, non era stata ancora disarmata e che, allo stesso tempo, non c'era in Russia alcuna forza capace di tener testa ai bolscevichi, i quali, ponendo nel loro programma immediato i tre fondamentali obiettivi: pane, pace e terra, avevano ottenuto vastissimi consensi.
Il 10 novembre, infatti, Reed, usufruendo di un pass concessogli dal soviet di Pietrogrado, era partito per le linee avanzate del fronte settentrionale (presso Pietrogrado) dove si svolgevano dure battaglie contro le truppe di Kerenski (e nello stesso giorno, presso le alture di Pulkovo, contro il III corpo di cavalleria del generale Krasnov).
La rivista The Liberator pubblicò il suo articolo, scritto nella cabina d'un camion, sulla sconfitta definitiva di queste forze controrivoluzionarie. Ma Reed non si accontentò di mettere il suo talento di giornalista al servizio della rivoluzione, volle anche lavorare nell'ufficio della propaganda rivoluzionarla internazionale presso il Commissariato del popolo agli affari esteri, dove preparava materiali destinati a essere diffusi fra le truppe e i prigionieri di guerra tedeschi. Scrisse poi una serie di articoli intitolati Insurrezione del proletariato che spedì alla rivista Masses, i cui redattori però non poterono stampare perché tratti in arresto.
Circa 4 mesi dopo una parte degli articoli, leggermente modificati, venne pubblicata con il titolo Red Russia nella rivista Liberator, che aveva rimpiazzato Masses. Ma all'inizio del febbraio 1918 Reed dovette lasciare Pietrogrado per difendere la causa dei redattori di Masses, che stavano per essere processati. I diplomatici americani dell'ambasciata di Pietrogrado cercarono di ostacolare questa sua decisione facendolo restare due mesi a Oslo, e quando finalmente arrivò a New York, il 28 aprile, la polizia federale gli sequestrò tutti i documenti sulla rivoluzione d'Ottobre e solo dopo molti mesi d'insistenti richieste glieli restituì.
Reed svolse negli Usa intense attività rivoluzionarie. Militò nelle file dell'ala sinistra del partito socialista, fece una serie di conferenze per tutto il paese smentendo le affermazioni della stampa borghese sull'Ottobre, lottò per la creazione d'un partito comunista. Il 1 maggio fece pubblicare nel giornale socialista The New York Call una sua dichiarazione sulla coraggiosa lotta dei proletariato sovietico contro l'imperialismo russo e tedesco.
Questa attività e queste prese di posizione allarmarono le autorità americane che vietarono un meeting, precedentemente autorizzato, a Filadelfia. Reed parlò lo stesso a diverse centinaia di persone in un viale della città, per cui venne arrestato e coloro che tra la folla cercarono di proteggerlo vennero malmenati dalla polizia. Reed fu accusato di incitamento alla rivolta ma data l'assoluta inconsistenza dell'accusa fu rilasciato su cauzione. Questo gli permise di recarsi negli stati del middle west e di parlare della rivoluzione russa a Cleveland, a Detroit e in altre città. La sorveglianza della polizia e le perquisizioni in casa sua aumentarono. A Detroit diverse persone furono arrestate.
Quando, durante l'estate 1918 le truppe di non pochi stati capitalisti decisero di invadere i territori dell'Urss, Reed rivolse all'amministrazione del suo paese e ai governi degli altri paesi interventisti un appello dal titolo Dovete riconoscere la Russia!, dove cercava di mettere in luce l'inconsistenza delle tesi della stampa borghese, secondo cui l'intervento dei paesi capitalisti sarebbe stato giustificato dal cosiddetto “tradimento” dei russi che avevano osato firmare nel marzo 1918 la pace di Brest-Litovsk con i tedeschi.
In questa stessa estate Reed si dimise dal consiglio di redazione della rivista Liberator per non dover avallarne i cedimenti politici, ma non smise di collaborarvi. Nel settembre fu però di nuovo arrestato per aver condannato l'intervento dell'Intesa in Russia e pochi giorni dopo il giornale New York Call pubblicò una sua lettera in cui Reed faceva chiaramente intendere che non si sarebbe lasciato intimidire da nessuno.
Nel processo infatti non si comportò come un accusato ma come un accusatore, tanto che i giurati non ebbero il coraggio di condannarlo. Reed poté così scrivere articoli su articoli, difendendo le conquiste della rivoluzione d'Ottobre, il suo carattere popolare e pacifico, democratico e socialista.
Alla fine del 1918-inizio 1919 Reed lavorò intensamente al suo più famoso libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo, che Lenin stesso apprezzò raccomandandone la diffusione fra gli operai di tutti i paesi del mondo. Appena il manoscritto fu consegnato all'editore, Reed fu costretto a comparire davanti alla commissione senatoriale speciale, conosciuta sotto il nome di “commissione Overman”. Alla domanda del comandante Humes, un portavoce del Ministero della difesa: “Avete mai parlato nei vostri interventi pubblici della necessità di fare negli Stati Uniti una rivoluzione simile a quella avvenuta in Russia?”, Reed rispose coraggiosamente che non desiderava altro. Cercando di screditarlo, la stampa borghese (anzitutto il New York Times) ricorse alla calunnia e alla falsificazione delle sue deposizioni davanti alla commissione.
Reed inviò alla redazione del New York Times una lettera con cui denunciava i calunniatori che lo accusavano d'essere un agente pagato dai bolscevichi. Il quotidiano respinse la lettera, che fu invece pubblicata dalla rivista The Revolutionary Age. Il libro comunque uscì lo stesso negli Stati Uniti e venne salutato dalla stampa di sinistra come un capolavoro.
Poco dopo, alla fine del settembre 1919, Reed si recò di nuovo in Russia per partecipare ai lavori del comitato esecutivo dell'Internazionale comunista in qualità di rappresentante dei partito comunista operaio americano. Il viaggio fu pericoloso anche perché bisognava attraversare illegalmente le frontiere della Svezia e della Finlandia.
Arrivato in Russia, Reed pensò di scrivere un secondo libro sulle conquiste della rivoluzione. Raccolse molto materiale, viaggiò nel dintorni di Mosca, intervistò i lavoratori: a Serpukhov prese la parola durante un'assemblea di rappresentanti operai e incontrò Lenin, a Mosca, diverse volte, parlandogli dei suoi progetti.
Partì da Mosca nel gennaio 1920 diretto negli Stati Uniti, ma le autorità finlandesi di Abo lo arrestarono e lo incarcerarono. Rilasciato agli inizi di giugno, Reed si vide rifiutare il permesso d'ingresso dal governo americano, che lo giudicava un pericoloso militante politico. Nell'agosto dello stesso anno, in qualità di membro del comitato esecutivo dell'Internazionale comunista partecipò ai lavori del I congresso dei popoli d'oriente a Baku, nel Caucaso. Il 20 settembre chiese a Lenin di concedere un'intervista a sua moglie, Louise Bryant, poi pubblicata nel giornale Washington Times; l'argomento principale erano i rapporti, anche economici fra Usa e Urss.
Purtroppo Reed tornò da Baku a Mosca malato di tifo e le cure non riuscirono a salvarlo. La rivista Liberator annunciò la sua morte con le parole: “Deceduto mentre svolgeva il suo dovere rivoluzionario”.
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Enrico Galavotti - Homolaicus - Rivoluzione russa
http://www.kirjasto.sci.fi/johnreed.htm
http://www.marxists.org/archive/reed/
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