Olga benario

Olga benario
rivoluzionaria e martire

martedì 6 novembre 2007

doloroso rientro a casa dopo avere conosciuto l'ospitalità ed il lavoro italiano!

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Interni

In viaggio sul pullman dei rumeni che fuggono dalle nostre case

Enrico Fierro

Il pugno nello stomaco arriva al posto della dogana di Arad. La frontiera che divide l’Ungheria dalla Romania. Quando sale a bordo di quel torpedone anni Ottanta dove da decine di ore sono ammassati uomini, donne e bambini, una commissaria della «Politia de Frontiera». «Commissar Sef», c’è scritto su una delle mostrine che porta attaccata alla giubba. Capelli biondi, corpo massiccio, volto duro e sguardo preoccupato. «Come vi stanno trattando in Italia?». Occhi bassi e silenzio. «Il nostro governo è allarmato e vi dice che chi di voi non ha un lavoro regolare in Italia deve andar via. In altri paesi dell’Unione europea. In Francia, in Germania, in Spagna. Dovunque ma non lì. L’Italia per i romeni è un paese a rischio. Non ci tornate».

Gli occhi della commissaria sono sempre duri, severi, sembrano rifiutare ogni barlume di dolcezza, ma miracolosamente riescono ad infondere calore, e finanche fiducia. E allora la gente stremata dal sonno, piegata in due da quei sedili troppo stretti che ammazzano le ginocchia, umiliata da corpi che non si lavano da ore, sfinita da un viaggio che promette di non aver mai fine, si scioglie. E parla. Finalmente uomini e donne possono liberare le loro paure. Sfogarsi. Sono nella loro terra. Di fronte hanno un rappresentante del loro governo. Le voci si accavallano, le parole si confondono, i racconti no, perché sono sempre uguali.

Cambiano le città, i nomi dei «padroni», i luoghi, i lavori, la quantità di maledetti euro che ognuno è riuscito a raggranellare per assicurare una vita al limite della dignità a figli, mogli o mariti rimasti nelle sfortunate terre di Romania, ma il denominatore comune è sempre lo stesso. Perché parla di sfruttamento. Parola antica, desueta. Pericolosa da usare oggi che il vocabolario della storia è stato frettolosamente riscritto e i padroni non ci sono più e gli operai sono stati catalogati da moderni intellettuali nella odiosa categoria dei «fannulloni». Ma parola straordinariamente moderna. Attualissima in questa nostra Italia che ha paura dello «straniero». Ieri l’albanese dalla fame antica e dalla mano lesta, o il nigeriano dalla pelle nera come il carbone, oggi il rumeno. Troppo uguale a noi per origini latine, con una lingua che batte sugli stessi denti e produce le stesse identiche parole, troppo simile a noi civilissimi italiani finanche nelle forme bestiali di violenza che riesce a provocare. Forse è per questo che lo odiamo.

Eppure il rumeno ci serve. Per costruire a poco prezzo le nostre case, per lavorare nelle nostre fonderie, per servire ai tavoli dei nostri ristoranti, per accudire, fin nell’intimità estrema di un corpo che non riesce più a contenere i propri stimoli, i nostri vecchi. Per soddisfare le nostre voglie, di sera sul ciglio di una strada consolare, se la rumena è bella e possibilmente ragazzina.

Il cronista non capisce. Sarà il lungo viaggio e quell’idea balsana di farsi venti ore di pullman insieme ai rumeni che dall’Italia tornano a casa, ma la frase di quella commissaria («L’Italia per i rumeni è un paese a rischio») proprio non riesce a comprenderla. Cosa sta accadendo? Cosa è successo in poche ore che abbia potuto far ritenere a un governo di un paese vicino che l’Italia, il paese dell’accoglienza, della civiltà, delle porte aperte da millenni, sia considerato un luogo insicuro per altri europei? Il brutale assassinio di una donna, è la risposta. Ma non basta. E allora, il cronista cerca negli sguardi di quella gente, nel racconto delle storie delle loro vite accenni di risposte.

La ragazza che sta dietro il banco della «Atlassib» (una società rumena che sposta gente da tutta Europa), mi avverte: «Affrettati a fare il biglietto, perché i rumeni partono. Neppure a ferragosto è stato così». «Perché?», chiedo. Lei sorride. «Hanno paura». Compro un posto sul pullman Taranto-Suceava. Arrivo alle 8,30 di domenica mattina alla stazione Tiburtina. Bancarelle, la solita sporcizia da Bronx capitolino, gente che vorrebbe partire e non ha neppure gli 80 euro del biglietto, gente che aspetta. E carabinieri. Manganello in mano scrutano i volti degli stranieri. Si caricano i bagagli. Borsoni made in China, cartoni legati col nastro (caffè, pasta, maglie, vestiti. Pezzetti d’Italia da portare a casa), una bicicletta imballata con la carte dei giornali. Alle nove si parte. I volti sul pullman sono di anziani e giovani, ragazze e uomini fatti. Una donna piange. È venuta a trovare la figlia e il nipotino che vivono a Roma. Il bambino le manda bacetti. «Nonna, nonna». Lei si asciuga gli occhi. Il distacco è duro. Sull’ultima fila di sedili (la più scomoda, che nessuno vuole, con gli spazi più angusti dove avverti tutti i sobbalzi, senti le curve come se fossi su un motoscafo d’altura) una famiglia diversa. Papà, mamma e due ragazzini. Hanno la pelle scura, sono malvestiti. Lei indossa una gonna larga e lunga. Lui un maglione che di battaglie ne ha fatte troppe e le ha perse tutte. Sono rom. Zingari. «Sono quelli che hanno ucciso la donna italiana e fanno vergognare tutti noi rumeni. Gli zingari sono la nostra rovina, e ora il governo italiano ci caccia tutti».

L’autista, prima di partire, ha imbracciato il microfono di bordo e fatto il suo sermone. La gente applaude, dice «da, da», sì, sì. Quei quattro poveri cristi seduti sui sedili in fondo non fiatano neppure. Il razzismo e gli odii che riesce sempre a partorire non sono un monopolio dei ricchi. Accanto a me c’è George. Ha quarant’anni e parla malvolentieri. «Torno a casa, a Ploiesti. Ho lavorato quattro mesi in Italia come fabbro. Porto 700 euro ai miei figli». Quattro mesi in un cantiere edile a piegare ferri, sempre senza contributi, sempre in nero. Come un fantasma del lavoro. «Pagavo 200 euro per l’affitto di un letto in una casa dove c’erano altri rumeni. Mangiavo poco, non uscivo mai, spendevo solo per telefonare a casa. Ecco quello che ho risparmiato».

La prima sosta è in un autogrill di Arezzo. Quindici minuti per svuotarsi la vescica, mangiare qualcosa e fumare. La scena che si vede si ripeterà per le altre cinque soste che faremo in Italia, Austria, Ungheria e poi nelle città della Romania. La gente usa i cessi degli autogrill (tutti sporchi, puzzolenti e tutti a pagamento: 50 cent per liberarsi in quelli italiani, 40 negli ungheresi), ma passa oltre quando attraversa i banchi pieni di ogni ben di dio. Non si spende. Per mangiare tutti tirano fuori dai borsoni panini, mele, bottiglie di acqua minerale. Quelle facce, quel vestire dignitoso, la cura attenta dei soldi guadagnati con fatica, riportano volti e storie che il cronista ha già visto e sentito nella sua gioventù di ragazzo meridionale. Gli zii (Ciccio, Tonino, Gerardo - che in Inghilterra chiamavano chissà perché Charlie - e Carmela, Sabatino che quasi bambino partì dal Molo Beverello di Napoli per il Brasile), una tribù sterminata di cugini con i loro figli che non hanno mai visto l’Italia disseminata in ogni angolo del mondo. Facevano i servi in ogni pizzo del pianeta, ma quando venivano giù al Sud erano vestiti così, come i rumeni: con dignità, perché non volevano sfigurare con i paesani. La signora Paola è triste. «Cinque anni di lavoro buttati via in Italia. Ero badante, curavo sei vecchi a Sacrofano. Dopo l’assassinio di quella povera donna, il mio padrone mi ha cacciata via. Senza un perché. Io e te non abbiamo rapporti, mi ha detto. Non avevo diritti, né contributi. Torno a casa, quei pochi soldi che ho risparmiato facendo di tutto in quella casa, dalla spesa al lavoro più degradante che è quello di pulire un vecchio quando se la fa addosso, serviranno per l’ultimo anno di università di mio figlio». Mi mostra la foto: un ragazzone che vive a Galati, Moldava, città antica (Kalas, la chiamavano i turchi) e poverissima. «Perché - spiega Paola - sono venuti tutti, italiani, turchi, cinesi: hanno comprato le fabbriche dei combinat per quattro soldi e hanno licenziato gli operai. Io ho 57 anni, per vivere devo emigrare ancora».

Sono passate dodici ore, l’Italia è alle nostre spalle. Il pullman è pieno dei nostri odori. Sì, la puzza è davvero portatrice di democrazia. Non distingue: rumeni, italiani, zingari, puzziamo tutti allo stesso modo. Siamo in Ungheria, al primo autogrill. C’è tutto. Finanche un «casino» (senza accento e non si gioca a poker). Le foto delle girls esposte sono una tentazione troppo costosa anche per i viaggiatori più giovani. Due ragazze bionde di Brasov vengono dalla Basilicata. «Siamo badanti. Le famiglie che ci ospitano sono brave, ma quando hanno letto del massacro della povera signora italiana hanno cominciato a guardarci con occhi diversi». Alina, una delle due, torna a casa perché si sposa il fratello. «Mangeremo e faremo il ballo del bacio. Una danza antica, la donna si inginocchia e cinge l’uomo con un fazzoletto di seta». È notte fonda, fa freddo e la sua amica si lascia tentare da due figuri che fanno il gioco del bianco e nero, una sorta di gioco delle tre carte. Le rubano cento euro. Sul pullman gli autisti si danno il cambio alla guida. E all’uso del lettore di cd. Al primo piacciono orrendi rap made in Usa, l’altro, invece, adora le musiche balcaniche. Tutti e due ce le propinano a palla per l’intero viaggio. Liviu è giovane e gli piace scherzare con una bella ragazza mora. «Tu la faccia di uno che lavora non ce l’hai proprio», gli faccio. Lui non si offende.

«In Italia non ci torno più, troppo male. Sono un muratore, ma anche pittore, come dite voi. Il lavoro è tanto, ma sempre in nero. La mattina andavo sulla Palmiro Tiogliatti, a Roma, alle cinque. Lì passano i caporali con i furgoni e ci prendono. Ci portano nei cantieri, lontano, non sappiamo neppure il nome del padrone. Dopo dieci ore di lavoro ci mettono in mano 40 euro ed è finita». E se ti fai male? «Beh, sono cazzi tuoi».

Ore 9,30 del mattino, frontiera di Arad. Prima di arrivarci gli autisti si fanno consegnare 20 euro a passeggero. «Dieci per la polizia ungherese e dieci per i rumeni, così non controllano i bagagli». Paghiamo. Pochi minuti dopo arriva la commissaria. «Non tornate in Italia. Per i rumeni è un paese a rischio». In fondo al pullman, la famiglia di zingari non dice una parola. L’Europa è lontana.




Pubblicato il 06.11.07



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Enzo Biagi

la morte di Enzo Biagi, pur naturale alla sua età, ha commosso l'Italia. Era il Sandro Pertini del giornalismo italiano. Seppur pieno di nostalgia malinconica durante i cinque anni di esilio dalla televisione, il suo rammarico non fu mai velenoso ma sereno seppur dolorosamente conscio della ingiustizia patita.
In tempi difficili con giornali pieni di pennivendoli che tirano la volata alla rottura dei principi ai quali Biagi era tenacemente attaccato, la sua lezione va meditata ed il suo esempio mostrato all'Italia che vuole essere civile.
Pietro Ancona

iniziativa sulla menzogna dell'11 settembre

LUNEDI' 12 NOVEMBRE 2007, PRESSO L'ASK 191 OCCUPATO,
VIALE STRASBURGO 191, QUARTIERE S. LORENZO-RESUTTANA, PALERMO, ORE 20:30
Dall'11 settembre ad oggi
Come lavora la fabbrica del terrore

PRESENTAZIONE DEL LIBRO LA FABBRICA DEL TERRORE
E DIBATTITO CON L'AUTORE
WEBSTER GRIFFIN TARPLEY (GIORNALISTA E STORICO STATUNITENSE)
E
EMANUELE MONTAGNA (GRUPPO FAREMONDO)


L'INIZIATIVA SARA' PRECEDUTA DA UNA CENA PREPARATA DALLA CUCINA EQUOBIOLOCALE



Chi è Webster Griffin Tarpley
Studioso e intellettuale poliglotta americano di stampo molto "europeo", Tarpley è uno storico ed un attivista assai conosciuto negli Stati Uniti per la sua biografia non autorizzata di George Bush padre (George Bush: The Unauthorized Biography, 1992), che negli anni è diventato una vero e proprio classico nel suo genere. Negli anni Settanta Tarpley ha lavorato e studiato in Italia, dove nel 1978 pubblicò un importante studio sul caso Moro (Chi ha ucciso Aldo Moro?) dove per la prima volta si avanzava l'ipotesi del coinvolgimento atlantico nell'affaire che fu un punto di non-ritorno per la storia italiana. Negli anni Novanta, dopo la sua fortunata biografia di George Bush senior ha pubblicato altri due libri di grande respiro analitico e di inchiesta sociologica sui poteri, Against oligarchy (1996) e Surviving the Cataclysm (1999). Grazie alla sua vena istrionica e iconoclasta, Tarpley si è costruito un ruolo per certi aspetti insostituibile all'interno della galassia dei network di informazione alternativa negli Usa. Riguardo all'11 settembre le sue analisi non hanno fatto che continuare un percorso già tracciato, culminando nel 2005 con la pubblicazione di 9/11 Synthetic Terror: Made in Usa, un must per certi versi insuperato nella letteratura del movimento per la verità. Acuto studioso delle "politiche di intelligence" di diversi stati e delle operazioni sotto falsa bandiera dei dominanti moderni di tradizione anglo-sassone, Tarpley ha elaborato una sua peculiare visione dei processi di gestione criminale del potere globalizzato nella fase che si apre con l'11 settembre. Una visione in cui il ruolo principale della varie agenzie della rete del terrore sintetico è quello di creare incessantemente spezzoni di realtà geo-politica e comunicativa funzonali ai disegni di dominio delle corporations e del capitale finanziario.



INFORMAZIONI SUL LIBRO
In occasione dell'uscita de La Fabbrica del Terrore (Arianna Editrice), uno dei testi fondamentali del movimento internazionale per la verità sugli eventi dell'11 settembre 2001, Webster Griffin Tarpley sarà in Italia per un lungo tour di otto date. Sin dai giorni della conferenza internazionale all'Arena del Sole di Bologna (settembre 2006) noi di Faremondo avevamo auspicato la traduzione in italiano di Synthetic Terror. Made in Usa, un vero e proprio affresco sui modi di operare della fabbrica del terrore a guida americana, un vademecum indispensabile per decifrare le dinamiche che hanno portato all'11 settembre e all'offensiva del terrore occidentale su tutto il pianeta. Grazie ad Arianna Editrice e a Macro Edizioni il libro di Webster Tarpley è adesso disponibile in italiano con il titolo La Fabbrica del Terrore. Abbiamo pensato che il miglior modo per continuare a diffondere il messaggio del movimento per la verità sull'11 settembre fosse quello di invitare lo stesso Tarpley a parlare del libro e della situazione attuale negli Usa e nel mondo. Insieme agli editori stiamo dunque organizzando una tournée italiana di presentazioni e conferenze, che ci vedrà impegnati in diverse città dal 12 al 19 novembre. Una nuova iniziativa nata dall'interno del movimento italiano, resa possibile grazie all'impegno di attivisti sparsi un po' su tutto il territorio.

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ASK191*Area Sociale di Konflitto
in viale Strasburgo 191, quartiere S. Lorenzo-Resuttana [Palermo]

www.ask191.org

e-mails:
ask191pa@gmail.com
askmusik@yahoo.it
aulacarlogiuliani@libero.it
malefimmine@gmail.com
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lunedì 5 novembre 2007

Maurizio Chierici: immigrazione sfida del futuro

Immigrazione sfida del futuro
Maurizio Chierici

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=70332

Bidonvilles evanescenti ingombrano ogni piazza di Asuncion, capitale del Paraguay. I sacchi della spazzatura diventano baracche dove dormono, mangiano, sopravvivono 15 mila famiglie scacciate dalla campagna per far posto all’oro verde della soia. Benzina al posto del pane. Contadini che non sanno dove mettere radici.

Il latifondo fa i conti: il grano rende il 30 per cento in meno della soia e i proprietari (due per cento della popolazione che amministra il 95 per cento dei terreni) scelgono di riempire la cassa. La gente non conta e non ha voce. Metà paese sbarca il lunario fra le immondizie. Mille più, mille meno non succede niente. Prima o poi il municipio troverà uno spazio fuori mano per far crescere baracche più consistenti, cartoni e lamiere. E la vita degli accampati diventerà la vita di chi si è accampato prima. La stessa infelicità potrà consolarli.

Ripulite le piazze, Assuncion tornerà una città in qualche modo sicura fino alla prossima invasione di nuovi disperati, metafora di ogni civiltà che rifiuta la barbarie dei vagabondi. C’é una festa di immigrati paraguayani nella villas miserias numero 31, attorno a Buenos Aires. Stamberghe piantate nel fango e nella polvere. Da una di queste stamberghe trent’anni fa, villa miseria Fiorito, viveva un ragazzo bravo col pallone. Quando è diventato Maradona non è più tornato a visitare la casetta dalla quale è partito. Il languore di un’orchestra guarany scioglie la nostalgia degli straccioni incantati dalle luci della città irraggiungibile: ballano ma non sorridono. Hanno voglia di tornare nel paese dal quale sono scappati per fame, eppure restano in attesa del miracolo: un posto, magari riconosciuto e non braccia nere. Qualche peso sicuro al giorno. Per il momento si arrangiano: schiavi dei piccoli imprenditori che nascondono il lavoro in fabbriche clandestine. Schiavi di un’emigrazione più dura e concreta: nord coreani che sfruttano i servi della gleba con la precisione sorridente della cultura orientale. Oppure allungano le mani. Rubano e minacciano. L’insicurezza ormai drammatica ha animato i discorsi della presidente eletta Kirchner e degli avversari che le rimproveravano di non proteggere la gente. Parole dure, classe media che per ripicca non vota Cristina nelle grandi città: ogni mondo è paese. Il taxista si spaventa. Dopo il tramonto le villas miserias diventano trappole pericolose, ma l’organizzatore guarany tranquillizza: vi accompagno fino a quando cominciano le strade della città. La tragedia dei rom e delle bindovilles di Roma,esercizio feroce di una violenza che la non vita ha metabolizzato, impensierisce chi guarda le miserie lontane con gli occhi del nostro mondo. A qualche chilometro o a pochi metri dalle favelas di San Paolo, Brasile, le vetrine della Paulista o gli antiquari di Morumbi e i ristoranti che legano alle poltrone le borsette delle signore nell’illusione di frenare le aggressioni delle turbe volanti, insomma, gli operatori normali della società che sembra normale, con quale tranquillità organizzano i commerci del mondo perbene assediato da centinaia di migliaia di spiriti che sono del male, ma anche affamati? Non sempre usano violenza e mercato della droga come lievito delle speranze quotidiane. A volte la fantasia eccita altre soluzioni. I raperos della favela Capào Ridondo, nord di San Paolo, cantano le vite brevi degli spacciatori. Raccontano come il loro racconto diventi pericoloso: ogni canzone finisce con la morte dell’autore. Non sempre è un’invenzione. Ritmi che fanno ballare le discoteche rosa dell’altra città, ma la musica è l’unico legame indolore con l’universo che ogni mattina progettano di saccheggiare. Noi benpensanti resistiamo nei nostri alberghi e nei nostri ristoranti e negli uffici e nei negozi, ma resistiamo senza cercare soluzioni durature che riavvicinino due tribù lontane. Ci difendiamo e basta. Non sempre gli inquilini delle baracche vendono musica. A Buenos Aires i cartoneros, esercito che striscia sui marciapiedi raccogliendo ogni briciola di carta da vendere a riciclatori industriali; i cartoneros, inaugurano un’attività editoriale che ha per materia prima le immondizie. Scatoloni di imballaggio ritagliati in copertine col titolo dell’opera colorata di verde e di rosso. Le offrono agli angoli di Florida, strada del gran passeggio. Dieci pesos, due euro per « Copi La guerra de las mariquitas», guerra delle coccinelle. Coppi, italo argentino disegnava le donne affrante pubblicate da Linus, scriveva racconti e commedie ispirate a Jonesco sul filo autorironico dell’omosessualità; Copi sta diventando il simbolo di una diversità umiliata. Una cartaccia lega in qualche modo le sue pagine dissepolte nelle rovine di qualche stamperia allo sfascio o nelle discariche dove finiscono i libri usati. L’autrice dell’edizione stradale firma con dedica l’opera che sto comprando quasi ne fosse l’autrice. Svolazzo di «Eloisa Cartonera Barilaro, artista plastica », ragazza col sottanone di chi pulisce i marciapiedi. La fantasia la salverà? Sono le immondizie a precisare la differenza tra il nostro mondo e il mondo nel quale le famiglie dei viandanti annegano. Per capire cosa divide la società delle banche e dei computer da milioni di cartoneros ed ermarginati di ogni favelas - America Latina, Africa, l’Asia delle tigri economiche, Europa meno felice- può essere utile cominciare dalle immondizie. Le immondizie restano una tragedia sulla quale vivono corruzioni e camorre. La gente attorno a Napoli non respira mentre si discute all’infinito sul come riciclarle, bruciarle, soprattutto farle sparire. Da Buenos Aires alla Nairobi di padre Alex Zanotelli le immondizie diventano tesori che aiutano la sopravvivenza. Il modello sociale si rovescia. Scavare nei cascami della città dei palazzi, viene reclamato come diritto da chi non sa come andare avanti. Le autorità lo proibiscono: colera in agguato. Ma la gente non si rassegna. A Città del Guatemala la guardia nacional presidia una discarica infinita che incombe sulla capitale per impedire alla folla dei diseredati di riversarsi nel pattume alla ricerca della fortuna. Ma i ragazzi strisciano e non si arrendono. Nella notte spari e bengala per illuminare il cammino dei ladri. Qualche morto senza nome; nessuno ne parla. Anche nella Buenos Aires dalle abitudini borghesi, macroeconomia che vola, il governo si è arreso nei giorni delle elezioni. La proibizione resta, ma ogni pomeriggio dalle cinque alle sei, i cancelli della pattumiera sterminata di José Leon, benevolmente si aprono per lasciare passare la folla che aspetta. File ordinate, guai bruciare il posto dell’altro. Cinque, diecimila “cercatori d’oro” corrono fra i cascami puntando verso gli scatoloni abbandonati dai grandi magazzini: yogurth e latte scaduti da settimane, pesce nauseabondo, frutta marcia Per noi è veleno, per loro è la vita. Escono felici trascinando pacchi di plastica dove hanno insaccato ogni ben di dio. Da mangiare e da vendere nelle bancarelle delle villas miserias. E il colera ? Speriamo di no. Arrivando a Buenos Aires sotto l’ala dell’aereo brilla il tappeto sterminato dei tetti di latta. La città-città diventa un agglomerato grigio, assediato da una periferia che non finisce mai. Ogni mattina si allarga e non solo in questo sud. Città del Messico, 21 milioni di abitanti, cresce di 6 mila persone al giorno e ogni giorno le ruspe tracciano il segno di nuove strade, 100 chilometri dalla colonna dell’angelo d’oro, cuore simbolico di una capitale dove nemmeno i taxista della banlieu sono mai arrivati. Quando le villas miserias (o favelas o pueblos joverens di Lima, o i ranchos di Caracas ) vengono spazzate via e le ruspe abbattono le baracche, noi perbene respiriamo: finalmente si è fatto qualcosa per difendere la sicurezza di chi pretende una vita normale. Sospiro sacrosanto, ma il sollievo è provvisorio. Il nuovo sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macrì, destra alla Berlusconi, ha deciso di espandere un quartiere giardino nello spazio occupato da una villa miseria. Tensioni e proteste sconvolgono le strade. Manifesta chi è contento, manifesta chi è rabbioso: ha conquistato un rifugio evanescente e non vuole perderlo. Fra qualche settimana camion e polizia li butteranno fuori. Dieci-dodicimila profughi da trasferire ai margini di una favela lontana rubando il posto-casa agli sfollati di altre favelas. Come finirà il girotondo tra la società organizzata e la società senza speranza non è facile indovinare. Né quando; né per quanto tempo continueranno a fiorire baracche. L’Europa ha finora sofferto marginalmente questo sfaldamento civile. Sta cominciando ad angosciarci con l’esodo dai paesi dell’est. Servirebbero case, ma non sono le case l’unico problema. Nelle periferie di Parigi allineate sulle fermate dell’ultimo metrò crescono quartieri dignitosi dove vivono magrebini, tunisini, iracheni: sempre islamici. Il dio diverso innescava diffidenza, obbligava all’ emarginazione. Ecco le rivolte di chi non sopporta l’espulsione dal futuro che la città madre sta programmando. Quei fuochi, un anno fa. Arrivano ucraini, ungheresi, polacchi, bulgari, rumeni: cristiani come tutti. La loro ondata rivela che la religione era solo l’alibi emotivo per difendere la discriminazione: paura e tensione non cambiano. E l’ostracismo resta. Le soluzioni sono sempre opposte: fermare l’emigrazione con la forza, reprimerla seminando paura, oppure elaborare una morale sociale inedita per non chiudere sotto i tetti di latta gli stranieri che sbarcano nella nostra tranquillità attraversando le frontiere della fame. Le squadre della morte di Rio de Janeiro insistono con la soluzione forte. Poliziotti che fanno gli straordinari. Mattanze dei bambini di strada, ladri che in un lampo vuotano i negozi. I loro corpi vengono esibiti per un intero giorno davanti alla vetrina che stavano saccheggiando. Il fascismo della ritorsione romana non ha inventato niente. Ma la paura non spegne la necessità. E l’emigrazione è l’alluvione che non si ferma in ogni tropico del mondo. E la violenza si moltiplica; la rabbia cresce. In Salvador, Guatemala e Nicaragua si gonfia il mostro delle “pandillas”, bande armate di adolescenti. Affrontano armi alla mano le polizie. Ogni anno in un paesino che non ha mai fatto guerra a nessuno - El Salvador, appunto - vengono uccise 60 persone ogni mille abitanti, statistica irachena nel nome dell’integralismo della rapina e della difesa. Perché allarmarci ? Sono i popoli delle banane, dovranno crescere per imparare la decenza, ma non è così. L’allarme del governatore della Florida, feudo famiglia Bush, riguarda l’aumento del 200 per cento di bande giovanili criminali , ormai 7 mila attorno a Miami. Pericolo da affrontare con l’emergenza di una guerra per stroncare i tentacoli di un terrore che sconvolge il centro delle città . Città e disperazione è la scommessa del futuro. I muri non bastano anche perché la proiezione delle nazioni unite annuncia che nel 2050 metà della popolazione del mondo potrebbe vivere attorno alle luci di metropoli sconvolte da aggressioni e spedizioni punitive. E allora ? Mentre tramonta il liberismo selvaggio che mette in conto guerre ed invasioni per garantire la continuità delle nostre abitudini, é necessaria l’elaborazione di una dottrina globale che razionalizzi ricchezze e cultura in modo da non far correre i popoli verso i paesi padroni, i quali diventano paesi invivibili, rissosi e supponenti. Serve una rivoluzione inedita e mai così borghese: la rivoluzione del buonsenso e dell’opportunità. Ogni religione l’invoca, ma ogni Wall Street la condanna. Vendere e vendere per arrotondare i bilanci; conquistare materie prime per garantire le abitudini della tradizione, più telefonini con videogiochi, musica e diretta Tv, costringe a fare i conti senza considerare la vita di un certo tipo di persone. Chiudere l’accumulazione del benessere nella cassaforte che la tecnologia protegge con sensori spietati, quali piaceri potrà garantire ai grattacieli assediati dai tetti di latta dove si raccolgono coloro che non hanno niente da perdere? L’assenza dell’identità rende insopportabili solitudine e bisogni. L’illusione che cultura e tecnologie possano riattivare la ragione, è l’astrazione che nel secolo scorso ha illuso la Germania di Hitler. Perché la cultura ormai non basta alle pance del mondo che chiede, e del mondo che difende il privilegio. Bisogna ricominciare dall’uomo e dalla sua dignità.

Pubblicato il: 05.11.07
Modificato il: 05.11.07 alle ore 8.43
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poesie rom e sinti

Testi di poeti Rom e Sinti italiani

Libero come la musica zigana

Sono nato sotto una tenda
in una notte d’estate
in un accampamento zingaro
ai margini della citta.
I grilli mi cantavano la ninna nanna
la luna mi fasciava di raggi d’oro
e le donne vestivano gonne fiorite.
Sono crescutio su un carro
dalle ruote scricchiolanti.
Eravamo ragazzi
senza ieri e senza domani
mendicavamo il pane nella pioggia e al sole
correvamo incontro ai nostri sogni
alle nostre fantasie nel bosco.

Ora sono diventato grande
la mia tenda e distrutta
il mio carro si e fermato.
Ma cammino ancora per essere libero
come il vento che scuote il bosco
come l’acqua che scorre verso il mare
come la musica di un violino zigano.

*

Súne fan térne džipén Sinténgre

Dinkráo zénale ves
táli fan súni
smáka kafeiákri tassárla
kráčamen fan u rad
kuándo vúrdia džána veg
an u lámbsko drom.
Bindžeráo u ves
bindžeráo u drom
bindžeráo u fráiapen.
U ruk unt u bar
sikrésman vágane permísse
vágane bráuxa.
E vínta rakrés mánge
vágane gíja
fan bássapen sinténgro.
Kamáo u ves
kamáo u drom
kamáo u fráiapen.

U súni fan u térne džipén
svintíslo ha furt.
Kálča unt máuro
unt kher ápi húfka.
Bus jek drom
dživés man papáli.
Hóski lé mándar u ves
hóski lé mándar u drom
hóski lé mándar u fráiapen?

Sogno d’infanzia zingara

Ricordo verdi boschi
vallate di sogni
profumo di caffe al mattino
scricchiolio di ruote
alla partenza dei carri
verso il lungo cammino.
Conosco il bosco
conosco la strada
conosco la libertà.
Gli alberi e i sassi
mi insegnavano storie antiche,
saggezza degli avi.
E il vento sussurrava
melodie lontane
di musiche zingare.
Amo il bosco
amo la strada
amo la libertà.

Il sogno dell’infanzia
è svanito per sempre.
Cemento e muro
e case ammucchiate.
E l’unica strada
mi porta indietro.
Perché mi togli il bosco
perché mi togli la strada
perché mi togli la libertà?

(Olimpio “Mauso” Cari)

***

Il mare

Nacqui nel Nord, in pianura,
un giorno di nebbia
e da allora pianura
di nebbia e nebbia sono state catene.
Rare le evasioni
sempre breve l’estate
e troppo spesso
in fondo alla strada un muro.
Perciò amo il mare
questo infinito giocattolo vivo
nel quale ritrovo i giorni piu belli
della mia infanzia e insieme
l’infanzia del mondo
e insieme le lunghe navi fenici e gli eroi
che ritornavano nel sole di ogni mattina
d’estate galoppando su bianchi cavalli
là dove l’onda si ritira e la rena
per un attimo alita strisce di luce.
Così nel mare ritrovo la mia vita piu vera
e che importa se dopo
su al Nord, nella terra d’esilio ove nacqui,
mi attendono ancora
le mie catene.

(Luciano “Hexo” Cari)

***

Deportazione

Cielo rosso di sangue,
di tutto il sangue dei Sinti
che a testa china e senza patria,
stracciati affamati scalzi,
venivano deportati,
perché amanti della pace e della libertà,
nei famigerati campi di sterminio.
Guerra che pesi
come vergogna eterna
sul cuore dei morti e dei vivi,
che tu sia maledetta.

(Vittorio “Spatzo” Mayer Pasquale)

***

La mia alba

Nell’alba di quell’undici novembre
del millenovecento e fu trentuno,
di chiara luce brillava il firmamento:
ultimo raggio di fulgida luna.
Tra mare e cielo tinte di carminio,
risorge il sole di novella aurora.
Biancheggia l’onda fra nubi turchine,
all’orizzonte, mar che il sole indora.
Nell’aureo manto astro di sole
illumina il tuo raggio in puro cielo,
or che l’orsa volge all’altro polo
tutte le stelle della stratosfera.
Tu, che misteriosa illumini la via,
bacia gli amanti fidi nella sera.
Tra i campi verdi ed i giardini in fiore
lascia che io canti la mia poesia
nell’alba che rinnova
e dà calore.

(Michele “Joska” Fontana)

***

A te adorabile nipote

Idelma nel mio cor tu sei dipinta
E mai saprò scordar quel dolce nome
Il tuo bel viso e la fronte cinta
Di profumate e inanellate chiome.
Sei bella come quella primavera
Che alla natura dà si belle cose
Angiol di bonta mite e sincera
Il tuo profumo sembra quel di rose.

Sei come farfallina svolazzante
Che vaga qua e là sotto il bel sole
E con le brune chiome al vento sparte
Di margherite in cerca e di viole.

Corri per i prati e per le valli
Al canto dell’augel che ti accompagna
E dalle cime e ghiacciate spalle
Cala il ruscel che la pianura bagna.

(Silvio Tanoni)

***

Gilurí

Čijómmete upré
ndre i rat ta li čilinjá
a kirjommete.
Tu sinjan i gilí kju šukár
prisó vakirés tru jiló.
Su kirés ki ni gilí?
Dep ku tem.
Dža anglé! Gilurí,
de u lav ku jiló di li vavér
sar kirián ki mants;
pe li lav kju nguldé,
ta sa ki kulá ta rovén.
Dža! De ki li čavé
li lav di li dat
ta či ndre tem
u dživibbé romanés!

Piccola poesia

Ti ho inventata,
tra la notte e l’alba
ti ho creata.
Sei la poesia piu bella
perché parli dal profondo del cuore.
Cosa farsene di una poesia?
La si dona al mondo.
Va’ oltre! Piccola poesia,
inebria il cuore di altri
come hai fatto col mio;
sussurra le parole piu dolci,
sorridi a coloro che soffrono.
Vai! Reca ai figli
le parole dei padri
e scolpisci nel tempo
l’esistenza zingara!

(Santino Spinelli)

***

I Braval

I bravál a čingardél zuraré
a si šil
u kam a muló
na dikepp nikt avrí.
Čoruró sar ni džuv a sinjóm
na nem ništ ta dav tumend.
André kavá them
me sinjom u ruk
ta i Braval a gjavél
andré mand.

Il vento

Il Vento grida forte
e freddo
il sole è morto
non si vede nessuno in giro.
Sono povero come un pidocchio
non ho niente da dare agli altri.
In questo modo
io sono un albero
e il vento canta
dentro di me.

Mur dat

Mur dat
Šung tar u grašt.
Šdinó, šukkó, bokkaló.
André li kja tiré
u sabbé, šukuár.
Tu kammián
kavá čavó tiró.
Dikkáv andré
i murtí tirí
u Rom, u džinó
u papú, li mulé mengr.

Mio padre

Profumo di cavallo.
Alto, magro, affamato.
Dentro i tuoi occhi
il sorriso, bello.
Tu hai voluto
questo tuo figlio.
Vedo dentro
la crosta della tua pelle
un Rom, un uomo
il nonno, i nostri morti.

(Bruno Morelli)

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Nota

pregiudizi contro gli zingari e persecuzioni

Da sempre vittime del pregiudizio
di Silvana Calvo



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Da secoli gli zingari subiscono l'ostilità dei popoli che abitano le zone nelle quali essi si muovono. Questo sentimento è espresso mediante pregiudizi che si trasformano nel corso dell'evoluzione storica, ma conservano sempre inalterata la loro connotazione aggressiva e di rifiuto.

Nei tempi più remoti i pregiudizi erano prevalentemente di natura mistica e religiosa (agli zingari era attribuita una discendenza malefica, da Caino o Ismaele, e venivano incolpati di crimini contro la religione). Più tardi con il formarsi della coscienza razionalistica moderna i pregiudizi hanno assunto un aspetto "scientifico" (attingendo da Lombroso, arrivando fino alle teorie della razza di stampo nazista).

Oggi la coscienza critica riconosce come assurde e prive di valore queste vecchie concezione. È tuttavia troppo semplicistico pensare che esse siano ora state definitivamente spazzate via. Esse sono ormai relegate nelle sottoculture superstiziose e para-religiose, ma sopravvivono e continuano ad esercitare la loro influenza nefasta nell'inconscio collettivo generando angosce e paure irrazionali.

A livello razionale i vecchi pregiudizi sono stati abbandonati, ma non si è voluto rinunciare alla presunzione di sentirsi superiori. Per questo oggi si dice che gli zingari sono portatori di una cultura diversa, inferiore, o comunque incompatibile con la nostra. E così sono nati nuovi pregiudizi. Quali? Quelli che si sentono continuamente: gli zingari rubano, gli zingari sporcano, gli zingari imbrogliano, gli zingari sfruttano i bambini, gli zingari scocciano perché chiedono la carità, gli zingari rubano i bambini. Queste affermazioni vengono fatte perentoriamente come dogmi santi ed immutabili, senza curarsi di verificare, senza cercare di capire.

Il pregiudizio è, per sua essenza, irrazionale, e come tale è impermeabile ad ogni critica, ad ogni confronto con la realtà, e resiste ad ogni dimostrazione della sua infondatezza. Nonostante questo proviamo ad analizzare uno per uno questi pregiudizi e vediamo a cosa ci porta.




Monumento all'intolleranza
grossi massi sono stati posati a S.Antonino (tra Bellinzona e Locarno) per impedire agli zingari l'accesso ad un terreno


Gli zingari rubano. Gli zingari imbrogliano
Qualcuno sì, altri no. Solo gli zingari rubano o imbrogliano? Dal ladro di galline fino al truffatore dell'alta finanza, anche i gagé (i non zingari) sono ampiamente rappresentati a tutti i livelli della scala gerarchica del furto e dell'imbroglio. Per quanto riguarda gli zingari bisogna tenere presente che lo sviluppo industriale ha portato ad una diminuzione delle possibilità di guadagno mediante le attività tradizionali. Il furto è spesso uno dei pochi mezzi rimasti per procurarsi il necessario per la sussistenza e la sua importanza tende a crescere in proporzione all'aumento dell'emarginazione. Sembrerebbe un paradosso, ma nella primavera del 1994, nel corso della trasmissione "Sassi grossi", alla televisione della Svizzera italiana, l'on. Alex Pedrazzini ha ammesso che nel periodo di sosta degli zingari nel Ticino i furti non sono aumentati, anzi sono diminuiti. Questa è un'ulteriore dimostrazione di quanto una generalizzazione e semplificazione possa essere fuorviante e profondamente ingiusta.

Gli zingari sporcano
Relegati in numero sempre maggiore, in spazi sempre più ristretti, è difficile, se non impossibile, mantenere la pulizia, e si può cadere vittime del degrado. A questo proposito basti ricordare quanto è successo un anno fa a Gudo (fra Bellinzona e Locarno), dove 600 (seicento) nomadi sono stati stipati dentro un campetto, ridotto a pantano a causa della pioggia, e dotato di 4 (quattro) gabinetti. Eppure gli zingari hanno un profondo senso della pulizia che li porta, per esempio, a lavare gli indumenti separatamente dalla biancheria da letto o da tavola, per evitare contaminazioni. Qui si potrebbe fare una riflessione: noi nei nostri appartamenti con tutte le nostre attrezzature igieniche, magari i doppi e i tripli servizi, con le nostre industrie, con le nostre macchine, non sporchiamo niente? Abbiamo sporcato fiumi, laghi e mari, anche l'aria. Abbiamo messo in pericolo la nostra salute e quella dei nostri figli. Ci vorranno miliardi per ripulire tutto quanto abbiamo inquinato. Ma ci sentiamo puliti, noi.

Gli zingari chiedono la carità
Nella società degli zingari, dove vi è un grande spirito d'appartenenza al gruppo, tutti sono tenuti a collaborare per procurarsi il necessario per la sussistenza. Uno dei mezzi per guadagnare qualcosa è l'accattonaggio. E l'accattonaggio lo possono praticare con successo soltanto le donne ed i bambini, perché solo loro sono in grado di suscitare qual tanto di pietà e, perché no, di senso di colpa, da indurre il passante a cavare di tasca qualche soldo. Qui sta uno dei nodi dell'incomprensione reciproca. Gli zingari non considerano l'accattonaggio un disonore, ma un mezzo pratico per incassare dei soldi. Per la nostra cultura ha invece una connotazione umiliante per questo molti hanno la tendenza a considerare chi chiede la carità un essere degradato privo di onore e dignità.

Gli zingari sfruttano i bambini
Qui il discorso si fa complesso ed è necessario approfondire. Purtroppo è innegabile che tantissimi bambini zingari sono sfruttati, e spesso anche in modo molto violento ed inumano. Nelle grandi città esistono dei piccoli eserciti di bambini zingari costretti a rubare, fare accattonaggio o vendere fiori nei ristoranti, ubbidendo agli ordini di sfruttatori criminali (che non necessariamente sono solo zingari) che li costringono a molte ore di duro lavoro al giorno (o alla notte) sottraendo loro tutti i proventi, e non facendosi scrupolo di massacrarli di botte quando non stanno alle regole o non riescono a "guadagnare" abbastanza. Va però affermato con forza e chiarezza che questo sistema non ha nulla a che vedere con le tradizioni culturali del popolo nomade. Nella cultura zingara è normale l'accattonaggio, talvolta anche il piccolo furto, però queste attività costituiscono un espediente praticato, per necessità di sopravvivenza, esclusivamente a vantaggio della propria famiglia. Il racket dello sfruttamento è invece una cosa assolutamente estranea al modo di concepire il mondo da parte degli zingari. Queste degenerazioni si realizzano nei mega-accampamenti nelle periferie delle grandi città. Questi immensi agglomerati di roulottes non hanno nulla a che vedere con il vero accampamento zingaro, in essi l'emarginazione ed il degrado portano al dissolvimento della tradizionale struttura sociale nomade, per cui il capo carovana, gli anziani, i capi-famiglia perdono ogni prestigio ed autorità, mentre individui senza scrupoli spopolano e comandano.

Quando si chiedono aree di sosta per nomadi, lo si fa proprio per permettere agli zingari di rimanere veri zingari e di vivere nel rispetto dei loro usi e costumi, esercitando le loro attività tradizionali. Solo così si possono aiutare quelle centinaia di bambini rom che sono le vittime innocenti di una situazione di grave degrado. In caso contrario, persistendo nella politica di rifiuto e di emarginazione, non si fa che portare acqua al mulino di ogni sorta di delinquenti che possono arricchirsi attingendo da quell'esercito di disperati la manovalanza per le loro attività di sfruttamento.

Gli zingari rubano i bambini
Nella tradizione zingara il furto o rapimento di bambini non è concepibile. Del resto, gli zingari hanno generalmente già tantissimi figli, per cui ci si può logicamente chiedere quale utilità dovrebbe fornire loro il procurarsi un soprannumero di ragazzini. Le storie di furti di bambini da parte degli zingari hanno invece gran rilievo nei miti e nelle fantasie dei popoli sedentari. Probabilmente si tratta di una proiezione. Sono, infatti, numerosissimi, in tutti i tempi, e in molti paesi, gli episodi nei quali bambini zingari sono stati rapiti alle loro famiglie e alle loro tribù. Proprio qui, in Svizzera, tra gli anni 1920 &endash;1970 la sottrazione dei figli dei nomadi era una cosa del tutto normale ed ovvia, che è stata praticata con molto impegno dalle autorità in collaborazione con la Pro-Juventute. Quindi, almeno in questo paese, la decenza dovrebbe indurre chiunque ad astenersi dall'esprimere e divulgare il bieco luogo comune che gli zingari rubano i bambini.



È vero che la lotta contro i pregiudizi è difficile perché sono implicati sentimenti irrazionali, profondamente radicati nella cultura e nell'immaginario collettivo. E, proprio perché difficile, questa lotta merita di essere portata avanti con impegno, intelligenza e costanza, perché è indispensabile per creare un clima di convivenza e di civiltà. Non va dimenticato che l'imbarbarimento non nuoce solo alle vittime, ma si ritorce anche contro tutta la società.



<< La storia degli Zingari


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zingari un popolo martire e senza voce

LA STORIA DEGLI ZINGARI
di Silvana Calvo



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Gli zingari non hanno una storia scritta da loro stessi. Quanto si sa su di loro lo si apprende da fonti non zingare, ossia dai resoconti degli incontri, o scontri, che i sedentari hanno avuto con loro nel corso dei secoli.

Un altro modo per ricostruire gli avvenimenti del loro passato è l'indagine linguistico-semantica e lo studio comparato della musica. Dalla presenza di una determinata parola nella loro lingua si cerca di stabilire il periodo nel quale essi, nel passato, hanno soggiornato in un determinato luogo. Dalle analogie tra la musica zingara ed altre musiche folcloristiche si cerca di stabilire le influenze reciproche nelle varie epoche.

Una fonte ancora molto da approfondire è la raccolta e lo studio dei racconti orali, delle leggende e delle altre espressioni tradizionali come i canti, le danze, ecc.



Chi sono gli zingari?
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Sono un popolo originario dell'India nord-occidentale. La loro lingua è molto simile al sanscrito. Il loro vero nome è ROM. Si distinguono in:

Sinti, zingari nomadi del centro Europa ed Italia settentrionale (giostrai, allevatori di cavalli, cestai, che si dedicano anche allo spettacolo). Sono suddivisi in sottogruppi a seconda delle zone nelle quali migrano prevalentemente: piemontesi, estrekaria (Alto Adige), Havati (Croazia), Krassaria (Carso) ecc.

Rom, che nella loro lingua significa "uomo". Sono suddivisi in Rom Kalderasha (calderai e doratori), Rom Laudari (musicisti dell'Ungheria), Rom Khorakhané (mussulmani), Rom Kovacs (fabbri dell'Ungheria), Rom Rudari (intagliatori di legno originari dalla Romania, Rom sedentarizzati designati secondo i luoghi di residenza.

Gli zingari svizzeri richiamano Jennisch.




Gli zingari hanno una storia?
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Se per storia s'intende l'aver inciso profondamente nello sviluppo e nelle trasformazioni delle società, si potrebbe quasi dire che essi non hanno storia. Se per storia si intende invece presenza e continuità, essi hanno una lunga storia. E questa storia è intrecciata con la storia dei pregiudizi, delle ingiustizie, le persecuzioni, le emarginazioni che i sedentari, specialmente in Europa, hanno perpetrato nei loro confronti.



Cronologia della storia zingara:
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Verso l'anno 1000
Gli zingari lasciano l'India e si stabiliscono in Persia e nel Medio Oriente;

Verso il 1400
Si insediano in villaggi nella penisola balcanica dove vengono dichiarati schiavi. Una parte di essi rimane tale fino al 1856 (Rom Bovara e Kalderasha) gli altri si spostano verso ovest. Nei primi decenni del 1400 compaiono gli zingari in quasi tutti i paesi europei. Il 1417 è considerato storicamente l'anno del loro arrivo in Europa.

Fino al 1700
Gli zingari sono avversati dalla Chiesa (molti pregiudizi sono di natura mistica religiosa), dalle corporazioni (che temono la concorrenza delle attività artigianali) e dagli stati (che promulgano molti bandi contro gli zingari, come per esempio l'espulsione dalla Spagna nel 1492).

1700 - 1900
Il sorgere degli stati nazionali e l'aumentata organizzazione delle società porta a una diminuzione della tolleranza verso le minoranze. Vi è un incremento della marginalizzazione e sorgono nei diversi stati delle ben elaborate legislazioni antizigane, oppure viene tentata la carta dell'assimilazione forzata, come nel caso dell'Austria, sotto l'imperatrice Maria-Teresa che intendeva trasformare i nomadi in "buoni austriaci".

I pregiudizi mistici e religiosi vengono man mano scemando d'importanza e sono sostituiti da pregiudizi laico-razionalistici (Lombroso) e pseudoscientifici (teorie razziali).

Sterminio nazista
1936 fondazione dell'Istituto nazista per la questione gitana.

1938 decreto per la lotta contro la minaccia gitana che propugna la sterilizzazione e la deportazione.

1939 deportazione di tutti gli zingari in Polonia.

1942 destinazione degli zingari: Auschwitz (Himmler).

Ad Auschwitz gli zingari erano particolarmente ambiti per fare da cavia per esperimenti parascientifici. In tutto si calcola che più di 500'000 zingari siano stati sterminati dai nazisti. In una sola notte, quella del 25 luglio 1944, ad Auschwitz furono uccisi nelle camere a gas gli ultimi 2987 zingari del campo. Essi hanno lottato accanitamente ed eroicamente contro le SS che erano venute a prelevarli nelle baracche, scrivendo così una delle pagine più gloriose della resistenza all'interno di Auschwitz. Migliaia di zingari furono massacrati dai fascisti jugoslavi, rumeni, ecc… e ci furono persecuzioni anche nell'Italia fascista.

Persecuzione in Svizzera.
La Svizzera non ha risparmiato i suoi sforzi per risolvere con l'assimilazione (ossia la distruzione etnica) il problema degli zingari di nazionalità svizzera (gli Jennisch). A questo scopo, dagli anni 1920 fino agli anni 1970, bambini zingari sono stati sistematicamente sottratti alle loro famiglie e istituzionalizzati o dati in adozione. La Pro Juventute che ha avuto un ruolo molto importante in quest'operazione, ha riconosciuto che in 50 anni 619 bambini (in Ticino circa 70) sono stati rapiti alle loro famiglie. Secondo gli zingari sono molti di più.

Dopoguerra
Continuazione delle discriminazioni, non riconoscimento fino al 1961 dei risarcimenti per le persecuzioni razziali.

Nel 1989 persecuzione e deportazione verso la Jugoslavia di Sinti e Rom rumeni che si erano trasferiti in Germania.

Oggi gli zingari sono stati riconosciuti dall'ONU dove hanno un loro rappresentante. I loro diritti sono pure sanciti dalla risoluzione N. 463 del 1969 e N. 12 del 1975 del Consiglio d'Europa di Strasburgo. Nonostante questi riconoscimenti la marginalizzazione è aumentata a causa dell'urbanizzazione (diminuzione delle occasioni di guadagno e maggiori difficoltà nel reperimento di aree di sosta).



Storia dei pregiudizi contro gli zingari
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Allarme verso la diversità e nascita dei pregiudizi.
Già subito al loro apparire in Europa gli zingari sono stati visti come diversi, alieni alla concezione sedentaria della vita medioevale. Così le popolazioni di quel tempo hanno reagito con diffidenza e paura verso quella gente in perpetuo movimento. Il modo più facile per uscire da una situazione di allarme verso la diversità è il pregiudizio. Il pregiudizio si forma in tre fasi. Nella prima si nega l'altro, non gli si riconosce una realtà storica. Nella seconda fase si carica l'altro di attributi negativi. Da ultimo lo si trasforma in un capro espiatorio.

Pregiudizi arcaici mistico religiosi
Nei tempi più remoti gli zingari erano considerati di origine malefica (discendenti di Caino, di Ismaele) e responsabili di malvagità contro la religione (furto delle fasce di Gesù bambino istigatori di Giuda, costruttori dei chiodi della crocifissione, ecc.). Essi venivano accusati di antropofagia e di stregoneria. A causa di queste credenze furono molto perseguitati, ma incutevano, nel contempo, in certo rispettoso timore.

Pregiudizi laico-razionalistici
Con il formarsi della coscienza razionalistica moderna gli stereotipi mistici hanno perso di credibilità e hanno spazio soltanto nell'ambito delle diverse sottoculture para-religiose e superstizione. I pregiudizi però non sono scomparsi, ma si sono trasformati. Hanno così preso piede concezioni diverse ma altrettanto, se non maggiormente, pregiudizievoli verso gli zingari. Si sono così affermate le teorie delle tipologie criminali (Lombroso) e una miriade di parascienze e pseudobiologie, fino alla "teoria della razza" di stampo nazista.

Questi pregiudizi sono molto più gravi dei precedenti perché introducono la concezione di "inferiorità congenita" e inducono a considerare l'altro come essere privo di dignità. Inoltre la loro veste pseudoscientifica li fa sembrare più seri e credibili. Gli effetti di queste concezioni emergono con spaventosa chiarezza quando si guarda a quali realizzazioni hanno portato durante il nazismo.

Pregiudizi culturali
Oggi la parascienza biologica è stata relegata accanto agli stereotipi arcaici e non gode più di nessuna credibilità. Sono per questo scomparsi i pregiudizi? Purtroppo no. Non si è voluto rinunciare alla presunzione di sentirsi superiori e così si dice che gli zingari sono inferiori perché portatori di una cultura di minor pregio e comunque incompatibile con la nostra.



È possibile uscire dalla spirale del pregiudizio?
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Per prima cosa bisogna rendersi conto che i conflitti attribuiti alla minoranza emarginata (in questo caso agli zingari) sono in realtà scompensi interni della maggioranza emarginante (in questo caso noi sedentari).

Vediamo di analizzare, schematizzando, questi nostri scompensi descrivendoli banalmente nel modo come vengono vissuti.



-Sentimento di superiorità- : "non hanno dignità: si umiliano a vivere di elemosina" "non hanno il senso morale: rubano" "non hanno rispetto per la proprietà privata"

-Sentimento di inferiorità- : "Non è possibile difendersi dai loro imbrogli e dai loro furti" "sono molto più astuti di noi" "dobbiamo sempre stare in guardia"

-Incapacità di sopportare una diversità- : "Non sono capaci di adattarsi alla nostra società" "Non sanno adeguarsi ai nostri valori"

-Invidia verso un modo diverso di vivere- : "Noi dobbiamo lavorare duramente e fare dei sacrifici per arrivare a qualcosa...mentre loro pretendono di ottenere tutto senza sacrifici" "Hanno delle automobili di gran lusso...senza mai lavorare" "Sono liberi da tutte le nostre preoccupazioni" "girano il mondo infischiandosene di tutto"

-Paure ancestrali- : "possiedono poteri magici che possono usare contro di noi"

-Proiezione sulla vittima della colpa dell'aggressore- : "gli zingari ci disprezzano" "ci deridono" "ci odiano" "ci vogliono distruggere" "gli zingari rubano i bambini" (quando storicamente è avvenuto assai di frequente esattamente il contrario).



È necessario capire quanto un'emarginazione violenta è causa di angoscia e sofferenza per chi ne è vittima e avverte il mondo intorno a sé come minaccioso, ostile, invivibile. Non sarebbe male meditare un po' sulla colpa collettiva che ha portato a ledere così massicciamente la dignità umana.

Per uscire da questa situazione è necessario smettere di percepire gli zingari solo sulla base degli stereotipi che sono stati loro incollati addosso e imparare a conoscerli per quello che essi sono in realtà. Si deve conoscere la loro storia, la loro cultura, comunicare con loro per apprendere quali sono i loro sentimenti e i loro problemi e trasmettere a loro i nostri. Per cambiare le cose in meglio ci vuole un forte impegno civile di informazione e di educazione in particolare nelle scuole, ma anche in tutti gli altri ambiti della società.



UNA TESTIMONIANZA
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La scrittrice Liana Millu, reduce da Auschwitz-Birkenau, è una delle pochissime testimoni dello sterminio degli zingari ad Auschwitz. Ecco la testimonianza da lei resa, in occasione del convegno "La deportazione femminile", che ha avuto luogo a Torino il 20 e 21 ottobre 1994.

"Ogni mattina andando al lavoro passavano accanto al campo degli zingari. Li vedevo. Vedevo le donne che si pettinavano (a loro non erano stati tagliati i capelli come a noi), oppure camminavano avanti e indietro. Furono uccisi tutti. Li bruciarono la notte del 25 luglio 1944. Quella notte il cielo era un mare di fuoco: non si era mai visto un chiarore così. La mattina dopo ripassammo. Zingari non ce n'erano più ma bastoni rotti e gonne lacerate. Venimmo a sapere che si erano difesi a morsi e calci. Combatterono accanitamente, tanto che dovettero intervenire anche le SS. Essi volevano far pagare la loro morte. Sono stati capaci di far pagare la loro morte".









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