Olga benario

Olga benario
rivoluzionaria e martire

domenica 9 dicembre 2007

CONTANO ANCORA GLI OPERAI PER LA SINISTRA ITALIANA?

Contano ancora gli operai per la sinistra italiana?
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Dopo aver osservato il minuetto di Bertinotti attorno a Prodi esteso dalla dichiarazione di fallimento del centro-sinistra all'auspicio di oggi per un governo di legislatura (sono bastati due giorni) mi sono chiesto che cosa realmente muove la sinistra oggi e quanto contano per essa gli interessi dei lavoratori e se ancora questi interessi contano. Sono giunto alla conclusione che gli interessi degli operai non valgono una crisi di governo che, se avverrà, si svolgerà in un altro scenario assai diverso da quello del lavoro dipendente!
Questo interrogativo nasce dalle notizie che giungono dalla finanziaria in corso di approvazione. Per i managers viene stabilito un tetto massimo di 548 mila euro. Credo che non esista Paese al mondo in cui la categoria dei managers(ingrossata a dismisura da continue costituzioni di società miste pubblico-private) sia pagata con stipendi cosi vertiginosi dalla pubblica amministrazione. A fronte di questo stanno salari tra i più bassi dei paesi industrializzati. La proposta per questi anche da parte dei sindacati più autonomi e combattivi come la FIOM è ridicola: soltanto 117 euro lorde al mese di incremento!! Praticamente niente!
La verifica chiesta dalla sinistra di governo si farà quanto saranno definitivamente approvate le norme che traducono in legge il protocollo del 23 luglio. Insomma, con un poco di finta baldoria le scelte fondamentali del centro-sinistra in materia di welfare diventeranno definitive. Non credo che sarà più possibile in questa legislatura mettere mano alla legge Biagi seppur per qualche piccola modifica.
Credo che l'opera di spoliazione dei diritti di questo governo e del blocco sociale che lo appoggia, blocco capeggiato da Montezemolo ma che comprende Confederazioni sindacali assai sensibili alle pretese degli imprenditori, continuerà con lo svuotamento dei contratti collettivi nazionali di lavoro, la revisione delle istituzioni che hanno segnato la civiltà del lavoro INPS ed INAIL, l'introduzione dei contratti individuali magari in sostituzione dei contratti più vessatori resi possibili oggi dalla legge trenta. Insomma, non cambierà niente in senso positivo per i lavoratori, non ci sarà alcun blocco, si andrà avanti sulla strada della destrutturazione della classe dei lavoratori come entità sociale, con una sua identità ed una sua dinamica.
Le cose che realmente preoccupano gli oligarchi della sinistra italiana non sono le condizioni penose in cui è precipitato il lavoro in Italia sopratutto ad opera di governi di centro-sinistra a cominciare dagli accordi del 1993 e dal pacchetto Treu. Si preoccupano della legge elettorale, delle riforme istituzionali, della politica generale. Preoccupazioni giuste se non diventassero prevalenti e se non espellessero la difesa dei lavoratori e degli anziani.
Colpisce l'assenza di un atteggiamento propositivo, di una spinta per fare fare qualcosa di civile e di sinistra a questo governo: si lascia che il lavoro diventi una qualsiasi merce del mercato. Penso che il Salario Minimo Garantito potrebbe bloccare la deriva verso il basso delle retribuzioni reali che tendono a diminuire e si potrebbero introdurre norme a garanzia della democrazia sindacale con la regolamentazione dei referendum e della approvazione degli accordi sindacali. Penso che l'abolizione della legge sul lavoro interinale potrebbe evitare che lavoratori pagati poco e mal trattati, invisibili ed inesistenti giuridicamente nei posti di lavoro, continuino ad essere sfruttati. Ma la sinistra di governo non proporrà mai l'abolizione del lavoro interinale!. Negli ospedali pubblici palermitani ed in altre aziende, cooperative fatte all'uopo, forniscono mano d'opera. Una volta l'interposizione della manod'opera era un reato!!
Insomma la tendenza imposta dal liberismo di una società non coesa con una classe di redditieri,imprenditori, managers,grandi professionisti strepitosamente ricca distante dalla condizione generale della gente anni luce (un professore di liceo con 20.000 euro al mese a fronte dell'amministratore pubblico con 600.000!) è assecondata da un governo con tutta la sinistra dentro. L'ideologia liberista è diventata davvero generale!

venerdì 7 dicembre 2007

lettera al psi prima della Costituente

Subject: lettera sul PSI
Lettera sul Partito Socialista Italiano
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La rinascita del Partito Socialista Italiano è possibile anche se le difficoltà sono tante mentre è in corso un processo di semplificazione degli schieramenti e di accorpamenti già avvenuti nell'area del centro-sinistra. Il ricongiungimento di tutti i frammenti della diaspora giunge comunque in ritardo e con gruppi dirigenti stanchi e quasi interamente spesi nella lotta per la sopravvivenza del decennio che abbiamo alle spalle.
E' condizione indispensabile che tutto il gruppo dirigente unificato scelga un segretario nuovo, possibilmente giovane, dotato di tutti i poteri statutari, come segno tangibile di un rinnovamento che avviene nel rispetto del corpus ricostituito.
Un Segretario giovane scelto da tutti sarebbe un segnale di verà novità in un sistema politico di riciclati a cominciare da Veltroni e dei capi dellla Sinistra-Arcobaleno.
Riusciranno i nostri a fare questo "miracolo"? Avranno la lungimiranza di farlo? Ne dubito ma ritengo essenziale proporlo.
Nel dibattito sul welfare il PSI occupa attualmente il fronte più avanzato e più vicino alle aspirazioni dei lavoratori. E' assai lontano dalla lotta aperta alla precarietà come ricatto appeso sulla testa di tutti i lavoratori italiani epperò quando propone la realizzazione degli ammortizzatori ha già scavalcato a sinistra tutta La Sinistra-Arcobaleno che ha votato il vergognoso protocollo del 23 luglio propinato da Montezemolo con la complicità di Sindacati oramai in veste di
garanti sovietici del nuovo ordine liberista e schiavista del mondo del lavoro.
Se il Psi farà passi avanti proponendo una vera revisione della legge trenta capace di ridurre il vasto supermercato di fumus truffaldini cui attingono i datori di lavoro avrà stabilito un contatto con la parte più sofferente e orba di futuro della classe lavoratrice italiana.
Si dovrebbe ridurre drasticamente l'influenza di Confindustria e del Vaticano sul Governo. La Confindustria ha drenato dal governo di centro-sinistra una quantità impressionante di risorse ed è riuscita ad imporre la sua concezione di operaio-merce,
operaio, strumento flessibile della produzione, anche a gran parte del PD e della stessa sinistra (questa con la cosidetta "riduzione del danno" ha accettato l'inaccettabile).
Il PSI dovrebbe anche bloccare la deriva securitaria, xenofoba e razzista del Paese, proponendo l'istituzione di un Alto Commissariato per i Rom e di Garanti per i diritti dei Migranti in tutti i Comuni d'Italia in grado di compiere una vera intermediazione istituzionale per l'integrazione degli immigrati.
Il Partito Socialista dovrebbe inoltre tornare alla sua bella tradizione "Nè un soldo nè un uomo per la guerra" attivandosi per la riduzione delle basi militari (102) usa in Italia e per la fine del colonialismo sanguinario dell'occidente
in Medio Oriente ed in Africa. Dovrebbe anche proporre la messa al bando delle armi all'uranio, al napalm, al fosforo che arrecano devastazioni spaventose alle popolazioni colpite ed alla natura.
Insomma, mentre di fatto la sinistra si piega (pur affermando il contrario) al pensiero liberista nell'epoca del capitalismo predatorio, il PSI dovrebbe immettere freni e correzioni. Intini propone opportunamente regole alla globalizzazione. Alle regole alla globalizzazione bisognerebbe aggiungere la rivendicazione del Salario Minimo Garantito capace di stroncare la vergogna dei salari asiatici praticati anche a Genova dove i rumeni che lavorano nella navalmeccanica sono pagati tre euro l'ora.
Oggi, a sinistra, il Partito Socialista ha una marcia in più: il laicismo, la lotta per i diritti. Ma deve superare il limite dei radicali che uniscono lotta per i diritti al liberismo sfrenato e non accettano i diritti dei lavoratori come classe proponendo
la sostituzione dei ccnl con contratti individuali.
Dovrebbe intestarsi inoltre una riforma della politica con l'abolizione di tutte le consulenze, le esternalizzazioni, i privilegi accordati ai politici già dal livello municipale, l'abolizione dell'irpef regionale e comunale, la revisione delle regioni diventate colossali fonti di indebitamento e di sprechi feudali.Aprire un fronte su questi temi riscatterebbe i socialisti dalle tante speculazioni e menzogne sul loro scarso rispetto dei beni dello Stato e della pubblica amministrazione.

martedì 4 dicembre 2007

venezuela democratico

www.socialpress.it

Venezuela, la dittatura che non c’è
I risultati ufficiali resi noti stanotte a Caracas, dicono che i NO alla trasformazione in senso socialista della Costituzione bolivariana del 1999, voluta dal presidente Hugo Chávez, avrebbero vinto con una differenza di appena 124.962 voti su quasi nove milioni, ottenendo il 50.7% di voti contro il 49,3% di Sì. Dato decisivo è stato la crescita dell’astensione, al 45% contro il 30% circa di tutte le consultazioni importanti degli ultimi anni.
Il presidente Chávez ha riconosciuto la sconfitta, ma non ha avuto bisogno di invitare alla calma i suoi giacché anche quella di ieri è stata una giornata elettorale tranquilla a Caracas, e un esercizio di democrazia piena, inclusiva, alla quale da meno di un decennio a questa parte partecipano anche gli esclusi di sempre.
IL 51% NON BASTA Il risultato del referendum induce a due riflessioni importanti, la prima politica, la seconda mediatica. Il voto di ieri ha detto che la proposta integrazionista bolivariana, sia sociale che regionale latinoamericana, raccoglie il consenso dei due terzi dei venezuelani, mentre la trasformazione in uno stato socialista perde spezzoni di consenso soprattutto nell’ala socialdemocratica del movimento. E’ come se il progetto bolivariano avesse ieri segnato il suo confine massimo, la sua linea di massima espansione.
Le prossime settimane diranno se sarà più forte la possibilità di riassorbimento dell’ala socialdemocratica nel movimento bolivariano, o se premierà l’avanguardismo dell’ala rivoluzionaria, che sostiene che non c’è rivoluzione per via elettorale. Tale ala è stata finora sempre controllata dai ripetuti successi e dagli evidenti miglioramenti materiali nelle condizioni di vita delle classi popolari in questi anni di governo bolivariano.
Il dato politico più significativo è stato allora rilevato dallo stesso presidente nel suo discorso di stanotte: "in una situazione di sostanziale pareggio è preferibile aver perso piuttosto che aver dovuto sostenere e gestire una vittoria così importante con un margine così stretto". E’ un riflesso allendista e ancor di più berlingueriano: "la rivoluzione per via elettorale non si può fare con il 51% dei voti". Durante la campagna elettorale cilena del 1970 i Quilapayun cantavano: "questa volta non si tratta di fare un presidente (che può e deve governare con il 51% dei voti), ma di fare un Cile ben differente". Anche in Venezuela ieri non si trattava di fare un presidente, ma di trasformare il paese. Cosa che non si può fare in pace e in democrazia -che piaccia o no, la caratteristica principale del chavismo- con un margine ristretto di voti.
Ciò detto, non può passare una lettura riduzionista della sconfitta di ieri. Chávez ieri ha fatto il passo più lungo della gamba e riassorbire il contraccolpo della sconfitta non sarà facile. Invece di consolidare il processo è partito all’assalto del cielo e per il momento ha dovuto rinunciare.
La sconfitta elettorale rappresenta ora un’incognita e probabilmente non era necessario sottoporvisi per intuirlo, ma in questi anni un elettoralismo esasperato è stato l’arma legittima e legittimante per difendersi dalla continua manipolazione ed aggressione contro il movimento bolivariano.
L’opposizione segna così un punto dopo anni di sconfitte. Continua però ad essere impresentabile, anche nelle proprie parti meglio spendibili, come testimonia un movimento studentesco farsescamente preoccupato perché l’Università resti elitaria e non diventi di massa (sic!).
MA LA DITTATURA DOV’È? E veniamo al secondo punto, non meno importante del primo. Dunque la CNE (la commissione elettorale), non è un burattino del regime, se tranquillamente verbalizza una sconfitta per poche migliaia di voti. Dunque Hugo Chávez non è un feroce dittatore se ha tranquillamente riconosciuto la sconfitta e non ha scatenato le millantate milizie. Balle, tutte balle e qualcuno -se non fosse troppo in malafede- lo dovrebbe ammettere, dalla stampa venezuelana a quella internazionale a quella italiana, i Pierluigi Battista, i Gianni Riotta, gli Omero Ciai, le Angela Nocioni e ainda mais.
La sconfitta di strettissimo margine nel referendum svela nella maniera più chiara la bassezza di un decennio di manipolazioni dell’informazione in senso antichavista, l’invenzione a sangue freddo di una inesistente dittatura chavista, la balla della presunta mancanza di libertà d’espressione in Venezuela. Dov’è la dittatura? Dov’è il regime? Dov’è la repressione? Il giornalismo all’anglosassone non si faceva con i fatti piuttosto che con le opinioni? Forza, fuori i fatti!
In Venezuela, giova ricordarlo una volta di più, ci sono decine di partiti di opposizione, le elezioni sono le più monitorate del mondo, continua ad esserci un semimonopolio mediatico di TV e giornali dell’opposizione, c’è piena libertà di stampa e perfino piena libertà di mercato. L’opposizione continua ad avere dalla sua l’appoggio degli Stati Uniti, delle gerarchie cattoliche, della confindustria locale, dell’FMI e delle multinazionali straniere. Guarda caso gli stessi soggetti che organizzarono e sostennero il golpe dell’11 aprile 2002.
La sconfitta nel referendum svela allora in maniera chiara che contro la democrazia venezuelana è stato costruito un cordone sanitario di menzogne teso ad impedire con ogni mezzo che l’infezione di un governo che ha fatto dell’integrazione sociale e regionale la propria ragione d’essere si espandesse.
E allora quel che emerge è altro ed è gravissimo. L’antichavismo dei grandi media di comunicazione è sempre stato un antichavismo ideologico. In questi anni non hanno mai raccontato il Venezuela bolivariano, non hanno mai criticato Chávez per i mille difetti o errori che può avere commesso in questi anni. Quelli non importavano; era più facile costruire una maschera di bugie intorno al verboso negraccio dell’Orinoco, più che parlare di cose concrete, del fallimento storico del neoliberismo, per spiegare cosa fosse la democrazia partecipativa e degli sforzi sovrumani per restituire dignità a milioni di vittime del modello instaurato in America latina.
Oggi si svela chiara come il sole la grande contraddizione del sistema mediatico mainstream: i grandi media commerciali non sono mai stati indipendenti ma rispondono ideologicamente al pensiero unico neoliberale. Siccome il pensiero unico si è autoattribuito il copyright del termine democrazia chiunque osi mettere in dubbio che neoliberismo e democrazia siano sinonimi va castigato, denigrato, demonizzato.
E allora proprio la sconfitta nel referendum si converte invece in un’ulteriore legittimazione per il movimento integrazionista di tutta l’America latina della democrazia venezuelana e di Hugo Chávez in particolare. E chi in questi anni ha sparso veleno e menzogne e lo ha descritto come un regime e una dittatura dovrebbe cospargersi il capo di cenere. Sarà dura...
http://wwwgennarocarotenuto.itlunedì 3 dicembre 2007.
INTERNAZIONALE> [Venezuela, la dittatura che non c’è]

domenica 2 dicembre 2007

Iperbole grottesca nell'inserto di Liberazione

Cara Liberazione,

l'inserto di oggi è dedicato agli Stati Generali. Se non erro in copertina c'è una scena con Robespierre al giuramento della Pallacorda e dall'interno c'è il quadro rappresentativo dell'assemblea degli Stati Generali.
Sappiamo tutti di che cosa si tratta ed è perciò che trovo iperbolica la confrontazione con la convocazione degli Stati Generale della Sinistra italiana.
Mi sono domandato: ma che c'entra? Ci prendiamo in giro? All'indomani di una cocente sconfitta, prigionieri di un governo che non ci risparmia umiliazioni, sapendo nel nostro cuore che cederemo ancora sul terreno dei diritti a cominciare dai contratti collettivi di lavoro e delle tutele in caso di malattia, dopo avere votato il riarmo più costoso degli ultimi venti anni, che senso ha confrontarci con una rottura che squarciò il secolo e ci allontanò distanti dal medioevo? Sappiamo che non usciremo dal governo se non quando ci cacceranno via. Prodi lo sa bene e ci tiene per la cavezza. Sappiamo che non ci sarà nessun giuramento della Pallacorda dal momento che parte della "cosarossa" è comprensiva delle esigenze della borghesia imprenditoriale italiana e le antepone a quelle del lavoro e dei lavoratori.
Perchè questa evocazione quando sappiamo tutti che la verifica non cancellerà il vulnus del protocollo e non attenuerà la frustrazione più profonda che il popolo della sinistra, il popolo del venti ottobre, sta patendo?
Che senso ha questo folle acrobatico richiamo ad un fare rivoluzionario della classe nella storia quando oggi si subisce e basta?
Spero di essere preso in giro perchè se l'evocazione è davvero sentita allora soltanto una energica cura psichiatrica ci potrà recuperare.
Sarei già contento se gli Stati Generali della sinistra stabilissero: salario minimo garantito, ripristino del fiscal drag, scala mobile seppur limitata, diritti civili, abolizione di tutte le leggi berlusconiane....
Ma sono sicuro che su questo minimo non c'è accordo! Altro che Pallacorda!
Pietro

Pietro

manifestazione per l'acqua Roma 1 dicembre 2007



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Politica


«Acqua pubblica per tutti»: corteo a Roma contro la privatizzazione

Acqua per tutti, che non marcisce le ruote, che non fa crollare i ponti. La manifestazione nazionale che sabato 1° dicembre è stata organizzata a Roma dal Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua - concentramento alle 15 in piazza della Repubblica a Roma - non è però stata convocata su slogan generici. Non vuole solo ricordare che l'acqua è un bene sempre più prezioso, un diritto universale negato a milioni di persone, una risorsa che con l'inquinamento delle falde si sta riducendo per cui s'impongono politiche molto più decise per favorire il risparmio idrico e colpire gli inquinatori.
Il popolo dell'acqua che scende in piazza oggi a Roma chiede soprattutto - come ha già fatto con una legge d'iniziativa popolare che ha raccolto 406mila 626 firme ma giace in qualche cassetto parlamentare - che le grandi risorse idriche italiane restino pubbliche. Che sia fermato il processo di privatizzazione di un settore così delicato, strategico per lo Stato.
Esiste anche una proposta di modifica costituzionale presentata dalla senatrice dei Verdi Loredana De Petris per riconoscere il diritto all'acqua tra quelli fondamentali, inalienabili, individuale e collettivo e l'acqua stessa come bene comune pubblico. La battaglia - che non riguarda solo gli ambientalisti, anche se oggi in piazza a sfilare è previsto anche il ministro dell'Ambiente, il verde Alfonso Pecoraro Scanio - al momento ha un obiettivo molto più vicino e concreto, che è quello di mantenere la moratoria approvata alla Camera lo scorso giugno della durata di un anno come emendamento al decreto Bersani sugli affidamenti del servizio idrico a società per azioni. Bloccare cioè tutte le intese, spesso frutto di accordi privatistici con le pubbliche amministrazioni, che cercano di mandare avanti il processo di privatizzazione. Un processo, dicono le associazioni di consumatori e utenti, che porterà le risorse strategiche dell'Italia in mano a privati, spesso stranieri, che si apprestano a governarle secondo una logica di mercato che aumenta i costi senza neanche migliorare i servizi all'utenza.
Un'altra delle richieste concrete è anche quella di inserire con un emendamento alla Finanziaria lo stanziamento di fondi per la ristrutturazione delle risorse idriche: acquedotti, fonti, bacini. La situazione idrica penosa dell'Italia è infatti quella di un paese ricco di acque anche pregiate ma ai primi posti in Europa per sprechi e dispersioni, con intere regioni in cui l'accesso all'acqua potabile corrente non è garantito a tutti.
Al corteo - che si concluderà in Piazza Farnese con una performance teatrale di Stefano Lucarelli ed il concerto di Rodolfo Maltese e dei Funkallisto - in base alle attese degli organizzatori, saranno molti i gonfaloni ufficiali di Comuni, Province e Comunità montane. «Si deve tornare a rendere pubblica l'acqua in tutta Italia», dice il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, poiché «costituisce un bene che non può essere monopolizzato da multinazionali».
Pubblicato il 01.12.07


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mercoledì 28 novembre 2007

socialismo e America, Morales

Documento originale Capitalism Has Only Hurt Latin America
Traduzione di Sergio De Simone


4 Settembre 2006Der Spiegel
Il capitalismo ha fatto solo male all'America latinaIntervista a Evo Morales di Der Spiegel.
Evo Morales

Esiste un antico sogno di una grande patria, un sogno che esisteva anche prima della conquista spagnola, e Simón Bolivar ha combattuto in suo nome. Vogliamo un Sud America modellato sull'Unione europea, con una moneta unica come l'Euro, che valga più del dollaro.
Il presidente boliviano Evo Morales, 46 anni, parla a Der Spiegel dei piani di riforma per il suo paese, del socialismo in America latina e delle relazioni spesso tese tra le forze progressiste della regione e gli Stati Uniti.
Signor presidente, perché una parte così grande dell'America latina si sta spostando a sinistra?
L'ingiustizia, la disuguaglianza e la povertà delle masse ci impongono di cercare migliori condizioni. La popolazione indigena della Bolivia, la maggioranza nel paese, è sempre stata esclusa, oppressa politicamente e alienata culturalmente. La nostra ricchezza nazionale, le nostre materie prime, sono state saccheggiate. Gli indios un tempo erano trattati come animali. Negli anni 30 e 40 venivano irrorati di DDT quando entravano nelle città. A mia madre non fu neppure permesso di mettere piede nella capitale della propria regione, Oruro. Ora siamo nel governo e in parlamento. Per me, essere di sinistra significa combattere contro l'ingiustizia e la disuguaglianza ma, soprattutto, cercare migliore condizioni di vita per tutti.
Lei ha convocato una assemblea costituzionale per fondare una nuova repubblica. Cosa dovrebbe essere la nuova Bolivia?
Non vogliamo opprimere né escludere alcuno. La nuova repubblica dovrebbe essere basata sulla diversità, sul rispetto e sull'uguaglianza nel diritto per tutti. C'è un sacco da fare. La mortalità infantile è spaventosamente alta. Quattro dei miei sei fratelli sono morti. Nell'interno, la metà dei bambini muoiono prima di compiere un anno.
Il suo partito, socialista, il MAS, non dispone della maggioranza dei due terzi necessaria per emendare la costituzione. Pensa di negoziare con le altre fazioni politiche?
Siamo sempre aperti al dialogo. Il dialogo è la base della cultura indigena e non vogliamo farci nemici. Avversari politici e ideologici, forse, ma non nemici.
Perché ha sospeso temporaneamente la nazionalizzazione delle risorse naturali, uno dei progetti più importanti della sua amministrazione? La Bolivia manca forse delle competenze per estrarre le materie prime?
Stiamo ancora negoziando con le compagnie in questione. La mancanza di investimenti attuale non ha niente a che vedere con la nazionalizzazione. È colpa del governo di destra dell'ex presidente Tuto Quiroga, che bloccò tutti gli investimenti nella produzione di gas naturale nel 2001 perché, sosteneva, non c'era un mercato interno. Progettiamo di riprendere le estrazioni. Abbiamo firmato un accordo per la fornitura di gas con l'Argentina e cooperiamo con il Venezuela. Abbiamo firmato un contratto di estrazione mineraria con una compagnia indiana. Ciò creerà 7 mila posti di lavoro diretti e 10 mila indiretti. Abbiamo negoziato prezzi e condizioni molto migliori dei nostri predecessori.
Ma c'è il problema del Brasile. La Bolivia sta chiedendo un prezzo molto più elevato per il proprio gas, non sarà un danno per le relazioni con il presidente brasiliano, Lula da Silva?
Lula è solidale con noi, si comporta come un fratello maggiore. Ma abbiamo problemi con Petrobras, la compagnia energetica brasiliana. Le negoziazioni sono molto difficili, ma siamo ottimisti.
Petrobras ha minacciato di sospendere tutti i suoi investimenti in Bolivia.
Questa minaccia non viene dal governo brasiliano, ma da alcuni dirigenti della Petrobras. Fanno pubblicare queste minacce sulla stampa per metterci sotto pressione. Il Brasile è una grande potenza, ma deve trattarci con rispetto. Il compagno Lula mi ha detto che ci sarà un nuovo accordo e che vuole importare più gas.
La Bolivia non vende gas naturale al Cile perché i Cileni sottrassero l'accesso al mare alla Bolivia in una guerra di oltre 120 anni fa. Ora in Cile c'è un governo socialista, gli fornirete gas?
Vogliamo superare il nostro problema storico con il Cile. Il mare ci ha diviso e il mare deve riunirci. Il Cile ha accettato, per la prima volta, di discutere dell'accesso al mare per la Bolivia. È un grandissimo passo in avanti. Il presidente cileno presenziò al mio insediamento, ed io a quello di Michelle Bachelet (presidentessa cilena) a Santiago. Ci complementiamo. Il Cile ha bisogno delle nostre risorse naturali e noi dell'accesso al mare. In queste condizioni deve essere possibile trovare una soluzione nell'interesse di entrambi i paesi.
Quale influenza ha avuto il presidente del Venezuela, Hugo Chávez, sulla nazionalizzazione delle risorse naturali della Bolivia?
Nessuna. Né Cuba né il Venezuela hanno avuto un ruolo, ho gestito la nazionalizzazione da solo. Solo sette dei miei più stretti collaboratori sapevano del decreto e della data. Benché avessi incontrato Chávez o Fidel Castro alcuni giorni prima, non parlammo della nazionalizzazione. Avevo già firmato il decreto prima di partire per Cuba e il vice presidente lo consegnò al gabinetto. Quando Fidel mi chiese dello stato del progetto, gli dissi che avevamo deciso di annunciare la nazionalizzazione nei giorni successivi, ma non gli dissi la data ufficiale. Fidel mi consigliò di attendere fino all'assemblea costituente. Chávez non ne sapeva nulla.
Chávez vuole instaurare un socialismo del XXI sec. in Venezuela. Il suo consigliere politico, Heinz Dieterich, un tedesco, ha fatto recentemente visita alla Bolivia. Vuole introdurre il socialismo in Bolivia?
Se socialismo significa che tutti vivono bene, che esiste l'uguaglianza e la giustizia, e non avere problemi sociali ed economici, allora gli do il mio benvenuto.
Lei ammira Fidel Castro come "nonno di tutti i rivoluzionari latinoamericani". Cosa ha appreso da lui?
La solidarietà, soprattutto. Fidel ci aiuta molto. Ha donato sette cliniche oculistiche e venti ospedali generici. I dottori cubani hanno già eseguito 30 mila operazioni di cataratta gratuitamente per i Boliviani. Cinquemila boliviani di estrazione povera stanno studiando gratuitamente medicina a Cuba.
Ma i dottori cubani protestano per l'interferenza di Castro. Dicono che li priva dei mezzi di sussistenza.
Lo stato boliviano non paga alcun salario ai medici cubani, perciò non sottraggono nulla ai Boliviani.
Sa come sta Castro?
Sì, ho parlato con lui oggi. Si sente meglio da un paio di giorni, e mi ha detto che starà abbastanza bene da partecipare al summit delle nazioni non allineati a La Havana a Settembre.
Terrà un discorso?
Senz'altro, è una occasione che non mancherà.
Gli Americani sono preoccupati per l'influenza che Chávez sta acquistando. La Bolivia non si sta rendendo dipendente dal Venezuela?
Ciò che ci unisce con Chávez è il concetto dell'integrazione del Sud America. Esiste un antico sogno di una grande patria, un sogno che esisteva anche prima della conquista spagnola, e Simón Bolivar ha combattuto in suo nome. Vogliamo un Sud America modellato sull'Unione europea, con una moneta unica come l'Euro, che valga più del dollaro. Il petrolio di Chávez non è importante per la Bolivia, perché otteniamo solo il gasolio a condizioni di favore. Ma non siamo dipendenti dal Venezuela, ci completiamo a vicenda. Il Venezuela condivide la propria ricchezza con altri paesi, ma ciò non ci rende subordinati.
La sinistra latinoamericana si sta dividendo in una corrente moderata, socialdemocratica, guidata da Lula e Bachelet, e un movimento radicale, populista, rappresentato da Castro, Chávez e da lei. Chávez non sta dividendo il continente?
Vi sono socialdemocratici ed altri che vanno nella direzione dell'uguaglianza, che si chiamino socialisti o comunisti. Ma, almeno in America latina, non abbiamo più presidenti razzisti o fascisti come avveniva in passato. Il capitalismo ha soltanto danneggiato l'America latina.
Lei il primo presidente indigeno nella storia boliviana. Quale ruolo giocherà la cultura indigena nel suo governo?
Dobbiamo combinare la coscienza sociale con la competenza professionale. Nella mia amministrazione, gli intellettuali della classe superiore possono essere ministri o ambasciatori, come possono essere membri dei gruppi etnici indigeni.
Crede che i popoli indigeni abbiano sviluppato un modello sociale migliore di quello delle democrazie bianche occidentali?
Nel passato, la proprietà privata non esisteva. Tutto era proprietà comune. Nella comunità indigena in cui sono nato tutto apparteneva alla comunità. Questo stile di vita è più equo. Noi indigeni siamo la riserva morale dell'America. Agiamo in accordo alla legge universale che consiste in tre principi basici: non rubare, non mentire e non essere ignavo. Questa trilogia servirà anche come base della nostra nuova costituzione.
È vero che tutti i dipendenti del governo dovranno apprendere i linguaggi indigeni quechua, aymara e guaranì in futuro?
I funzionari pubblici delle città dovranno apprendere la lingua della regione. Se parliamo già spagnolo, in Bolivia, dovremmo parlare anche i nostri linguaggi.
Ora che lei è al potere, i bianchi trattano meglio gli indigeni?
La situazione è migliorata moltissimo. La classe media, gli intellettuali e i lavoratori indipendenti sono ora orgogliosi delle loro radici indigene. Sfortunatamente, alcuni gruppi oligarchici continuano a trattarci come esseri inferiori.
Alcuni critici sostengono che ora gli indigeni sono razzisti verso i bianchi.
Ciò è parte di una guerra sporca che i media stanno combattendo contro di noi. Uomini d'affari ricchi e razzisti controllano gran parte dei media.
La Chiesa cattolica la ha accusato di voler riformare l'istruzione religiosa. Ci sarà libertà di culto in Bolivia?
Sono cattolico. La libertà di credo religioso non è in questione, ma quando si tratta di fede sono contrario ai monopoli.
Alcuni grandi possidenti hanno minacciato di condurre una resistenza violenta alla progettata riforma agraria. Quali terreni volete confiscare?
Esproprieremo i grandi possedimenti di terra che non sono coltivati. Ma vogliamo una riforma agraria democratica e pacifica. La riforma agraria del 1952 portò alla creazione di molti piccoli appezzamenti improduttivi sugli altopiani delle Ande.
La Bolivia è divisa nelle province ricche ad Est e nelle povere regioni andine. Vi è un forte movimento autonomista nell'Est. Il paese rischia la rottura?
Questo è quello che vogliono alcuni gruppi fascisti e oligarchici, ma hanno perso al voto sull'assemblea costituzionale.
La Bolivia è un importante produttore di droghe. I suoi predecessori hanno fatto distruggere le piantagioni di cosa. Farà lo stesso?
Dal nostro punto di vista la coca non dovrebbe essere né distrutta né interamente legalizzata. Le coltivazioni dovrebbero essere controllate dallo stato e dai sindacati contadini. Abbiamo lanciato una campagna internazionale per legalizzare la foglia di coca, e vogliamo che le Nazioni unite rimuovano la coca dalla lista delle sostanze tossiche. Gli scienziati hanno dimostrato da molto tempo che le foglie di coca non sono tossiche. Abbiamo deciso per una riduzione volontaria dell'estensione delle piantagioni.
Ma gli Stati Uniti sostengono che gran parte dei raccolti di coca finiscono sul mercato della cocaina.
Gli Americani dicono di tutto. Ci accusano di non soddisfare le condizioni per i loro aiuti allo sviluppo. I miei predecessori pro-capitalisti appoggiavano il massacro dei coltivatori di coca. Più di ottocento contadini sono morti nelle guerra alla droga. Gli Stati Uniti stanno usando la scusa della guerra alla droga per estendere il loro controllo sull'America latina.
La DEA americana ha agenti stazionati in Bolivia come consiglieri della polizia e dell'esercito nella loro lotta al commercio di droghe. Li rispedirà a casa, ora?
Sono sempre lì, ma non sono più in uniforme o armati, come accadeva prima.
Quali sono le sue relazioni con gli Stati Uniti? Conta di far visita a Washington?
Un incontro con il presidente Usa, George W. Bush, non è in programma. Ho intenzione di andare a New York a far visita all'Assemblea generale dell'Onu. Quando ero solo un membro del parlamento, gli Americani non mi hanno lasciato entrare nel loro paese. Ma i capi di stato non hanno bisogno di visto per andare all'Onu a New York.
Alcune settimane fa lei ha riportato la frattura del naso giocando a pallone. Sta giocando meno?
Il mio naso sembra ancora storto? Gli sport sono sempre stati il mio piacere maggiore. Non fumo, praticamente non bevo alcol e solo di rado ballo, anche se in passato ho suonato la tromba. Gli sport mi hanno aiutato ad entrare nel palazzo presidenziale. Il mio primo incarico nel sindacato fu segretario allo sport. Sono anche stato presidente di un club calcistico quando avevo 13 anni.
Perché non porta la cravatta?
Non porto mai la cravatta volontariamente, anche se fui costretto a farlo per alcune foto fatte in gioventù e per eventi ufficiali a scuola. Ero solito avvolgere la cravatta in un giornale e ogni qualvolta la maestra controllasse immediatamente la mettevo. Non ci sono abituato, e la maggior parte dei Boliviani non porta la cravatta.
Signor presidente, grazie per aver parlato con noi.
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martedì 27 novembre 2007

fine della commedia

Cara Liberazione,

come volevansi dimostrare: la resistenza della sinistra al governo è stata soltanto una "ammuina", una tecnica per fare passare tutto e spostare sempre in avanti lo sguardo dei lavoratori. Dopo il decreto, la manifestazione del venti ottobre, dopo la manifestazione il consiglio dei ministri e poi il Parlamento. Cinque mesi di rinvii e di "astensioni" di ferrero.
Ora, rinvia tutto ad una verifica da fare a gennaio.
Verificare che cosa?
La linea sulle questioni fondamentali del lavoro
è stata ribadita . Non c'è più niente da fare.La legge Biagi viene ribadita e rafforzata dal "protocollo".
Ieri potevano attribuire alla destra il disagio della legislazione fatta per tenere in ostaggio e per ricattare i dipendenti. Oggi sappiamo che anche la sinistra è solo dalla parte dei padroni. Prodi ed il suo governo sono salvi. I nostri figli, no!
Pietro