Olga benario

Olga benario
rivoluzionaria e martire

martedì 17 dicembre 2013

Joice Lussu

http://cartesensibili.wordpress.com/2012/05/08/tempiquieti-v-ravagli-joyce-lussu-sibilla-del-900-a-cento-anni-dalla-nascita/

giovedì 12 dicembre 2013

Prigionie e Processi


"  Prigionie e Processi" di Francesco De Luca


Luigi Granata, dirigente socialista siciliano di grande levatura culturale, deputato ed assessore del governo regionale, nel 1974 organizzò ad Agrigento in cui era segretario della federazione socialista  Un Convegno sui Fasci Siciliani.  Il professore Giuseppe Giarrizzo uno dei più grandi storici italiani socialista si occupò della organizzazione e della parte scientifica del convegno.
 In quella occasione si stamparono alcuni libri dedicati ai fasci e tra questi un libro di Francesco De Luca, agrigentino, che fu Presidente del fascio di Agrigento, avvocato insigne finito in galera dopo la repressione crispina.
 Il libro di De Luca si intitola "priogionia e processi" e racconta la sua drammatica esperienza di carcerato per motivi politici.
  Giuseppina Ficarra come fece a suo tempo con "Agitazione in Sicilia" di Rossi che racconta la rivolta si propone di scannarizzare il testo e di portarlo in internet. Io l'aiuterò per la riproduzione delle pagine.
  Facciamo questo perchè la memoria della Sicilia resti viva e serve alle nuove generazioni agli studiosi a quanti vorrebbero un futuro migliore per la nostra isola.
   Lo facciamo in memoria di Luigi Granata al quale abbiamo voluto e continuiamo a voler bene.

lunedì 25 novembre 2013

Rodolfo Morandi





Un bel ricordo di Rodolfo Morandi (che io ho conosciuto a Perugia al Congresso dei giovani socialisti che presiedevo nel luglio del 55)

L'Unità - Fondata da Antonio Gramsci nel 1924


Rodolfo Morandi Il sogno di un altro Socialismo
di Pasquale Cascella

«La democrazia sarà di quanti combattono, per opposte finalità, le teoriche delle caste d'"unti del Signore", dei conservatori e dei reazionari». Non è una riflessione di oggi, legata al dibattito politico sulla pretesa di Silvio Berlusconi di imporre il suo volere. È datata 1923. Ed è firmata da Rodolfo Morandi, di cui oggi ricorre il centesimo anniversario dalla nascita. Vita breve, quella del «socialista rivoluzionario e classista», spezzata tragicamente nel 1955, probabilmente a causa dei postumi di un maldestro intervento chirurgico all'intestino subìto nel carcere di Castelfranco Emilia dove era stato segregato dal fascismo. Ma vita intensa. Dalla giovanile formazione mazziniana alla partecipazione attiva alla lotta antifascista nelle file di Giustizia e libertà, poi approdata al «Centro socialista interno» su posizioni «frontiste» che gli valsero la condanna del Tribunale speciale fascista a dieci anni di galera. Ne uscì alla vigilia della lotta insurrezionale al Nord, che guidò a capo del Comitato di liberazione dell'Alta Italia. E a questa spinta democratica uniformò il suo agire politico, da ministro nel governo di unità nazionale prima e da dirigente del Partito socialista poi. Fino alla morte, della cui imminenza era talmente cosciente da vergare il proprio testamento politico con accenti ispirati dall'ansia di un impegno unitario già allora contrastato: «Al di sopra del partito ho sempre posto la causa dei lavoratori, la causa del popolo, nella convinzione che il partito non avesse diritto di chiedermi di più». È stato uomo del suo tempo, Morandi. Ma i principii maturati nel crogiuolo di quegli anni duri, con quella che Giorgio Amendola definì «una scelta di vita», acquisiscono un valore universale, incancellabile nel tempo, la cui memoria vale come antidoto alle ricadute della storia. Aveva solo 22 anni, il mazziniano di buona famiglia milanese che aveva già dichiarato il suo «ideale democratico ch'è la nostra stessa moralità» da «attuare nella vita d'ogni giorno, nelle forme sempre nuove che il momento storico ci presenta», quando fu sconvolto dall'assassinio di Giacomo Matteotti. E, in quel momento, l'impulso fu alla ribellione, all'insofferenza per l'impotenza dell'Aventino, vissuta come attesa che piovesse dall'alto «quella grazia per la quale non manovrano solo i costituzionalisti, ma aspirano, ahimè, anche i rivoluzionari». Questa interpretazione etica ha segnato l'originalità della militanza socialista di Morandi. Da cui ha preso avvio il filone socialista classista e al tempo stesso libertario, che - ha scritto lo storico Aldo Agosti, autore di una copiosa biografia - si poneva «come alternativa sia al comunismo terzinternazionalista, sia al riformismo socialdemocratico, sia all'egemonia nella sinistra italiana della tradizione comunista gramsciano-togliattiana». Ma le vicende della vita non hanno consentito che tanto equilibrio - mai equilibrismo - riuscisse a trovare una conseguente espressione politica, al di là di qualche interesse contingente, ora a motivare le spinte scissioniste, come quella del Psiup, ora certe riconversioni a sinistra, come quelle che hanno segnato il travagliato percorso governativo del Psi. L'aspirazione unitaria di Morandi si è misurata laicamente (non fosse che per la formazione culturale giovanile e per l'estraneità alle lacerazioni anche personali seguite alla scissione di Livorno del ‘21) con i continui contrasti all'interno della sinistra, senza dare mai per acquisita né la separazione in famiglia né la ricomposizione verticistica. La spinta unitaria era finalizzata alle revisioni necessarie a superare le ragioni profonde dei dissensi, quindi alla prospettiva di un partito nuovo, di massa, che associasse il mondo del lavoro al potere per dare alla libertà, da riconquistare e riconquistata, sostanza reale. L'espressione più alta di questa ambizione si misurava con l'esperienza rivoluzionaria di Lenin, senza però assumere la rivoluzione russa, e il socialismo che andava a realizzarsi sotto la guida politica di Stalin, come modello. Per Morandi, della rottura storica intervenuta in Russia, i socialisti avrebbero dovuto «professarne gli insegnamenti, che assai più valevano delle formule logore della dottrina». A cominciare dalla «somma complessità che presenta il passaggio ad un'economia collettiva e della gradualità che è necessario osservare nell'effettuarlo». Che si traduceva, nella concreta realtà italiana, nella indicazione di «un'organizzazione sotto forme autonome dell'economia collettiva» e della «più ampia e spregiudicata libertà politica». Un approccio diventato concreto con la liberazione dal fascismo: alla testa del Cnlai, Morandi lancia i consigli di gestione a cui affida il compito di porre le basi della «nuova democrazia». Era, appunto, il modo di riconoscere il ruolo dei lavoratori nel processo produttivo ed estendere la democrazia a queste strutture del potere. Per le quali Morandi si batté anche dal ministero dell'Industria, nel governo di Alcide De Gasperi che accompagnò la Costituente, contro le tante resistenze che quella politica di piano incontrava nel ricostituendo blocco tra agrari e capitalisti. Con un limite, dettato evidentemente dalla preoccupazione che si trasformasse in «blocco reazionario», sostenuto dagli alleati occidentali sotto la cui influenza l'Italia stava per finire in ragione del patto di Yalta. In effetti, la rottura della collaborazione con la sinistra operata da De Gasperi costrinse la sinistra a cercare altre vie per affermare il proprio progetto strategico, in un clima internazionale che si avviava alla guerra fredda. Niente affatto convinto della ritrovata vocazione democratica della nuova classe dirigente, Morandi fu tra i socialisti che più sostennero la scelta frontista di Pietro Nenni nel ‘48, non perché sicuro che il «fronte» avrebbe vinto, ma come necessario argine alle minacce di involuzione. È in questa fase che Morandi fa riferimento al leninismo («Ideologicamente, senza riserva alcuna, noi assumiamo il lenilismo come interpretazione e sviluppo del marxismo e ribadiamo il superamento della socialdemocrazia nella sua duplice espressione di riformismo e massimalismo») per superare le tradizionali correnti, in cui continuava ad essere divisa la sinistra e arrivare a congiungere la lotta di classe e l'unità di classe in quello che definisce il «partito della classe». Francesco De Martino, il socialista che con più convinzione ne ha raccolto la vocazione unitaria, in occasione del XXV anniversario della morte di Morandi, spiega quella critica alla socialdemocrazia con il fatto che questa avesse abiurato il marxismo. Fatto è che Morandi fa un esplicito riferimento al socialismo europeo quando, al congresso del Psi di Torino nel 1955, si comincia a discutere di una possibile apertura a sinistra della Dc, concepito però come recupero dell'incontro di governo tra le grandi forze antifasciste. Si rivolge, infatti, a quanti nel suo partito teorizzano la libertà d'azione, sottolineando che se così «si dovesse intendere la capacità di configurarsi come forza idonea a interpretare sentimenti ed esigenze radicate nelle tradizioni del socialismo europeo, allora si può sicuramente asserire, come l'esperienza ha dimostrato, che non è l'unità d'azione sul terreno della lotta di classe che a quella può fare ostacolo». Purtroppo, la morte non ha consentito a Morandi di misurarsi, nel vivo dei nuovi processi politici, con la risposta che egli stesso aveva dato a Nenni sul possibile superamento dell'unità d'azione a sinistra: «Non certamente nel senso - avvertiva - che possa mai risolversi l'intima e indissolubile comunanza di aspirazione e di ideali che è tra i socialisti e i comunisti. Ma nel senso che la manovra congiunta dei due partiti potrebbe anche divenire superflua in una situazione che non fosse irrigidita ed esasperata a tal punto da pregiudiziali ideologiche, non essendo il patto per sé stesso (ed è ciò che importa comprendere) a determinare la condotta di classe, la naturale condotta unitaria del partito». Ci sono voluti cinquanta e più anni perché tornasse ad affermarsi l'idea di raccogliere l'eredità di tutto il socialismo italiano in un «nuovo partito». Che, a giudizio di De Martino, Morandi non immaginava certo come la «risultante dalla somma o giustapposizione del partito socialista al partito comunista». Come, allora? È lo stesso Morandi a tracciarne l'identità, in un discorso ai giovani socialisti del 1950, come in una sorta di mandato per l'affermazione degli ideali socialisti: «Solo un partito che abbia eliminato il seme della divisione al suo interno, un partito capace di stroncare qualsiasi tentativo di riprodurre nel suo seno situazioni degenerative, un partito che abbia sbaragliato i personalismi, le clientele e le cricche e sradicato il mal costume del gioco su due scacchiere dei dirigenti, solo un partito che abbia recuperato capacità di attrazione, un partito che non si consumi in sé stesso ma sia in grado di protendersi verso l'esterno, un partito che si accresca di forze e si rinvigorisca vieppiù nelle sue strutture, un partito che elevi incessantemente il grado della sua combattività, può a un tale obbiettivo dirigersi». Non è un messaggio che parla ancora oggi?
30 July 2002 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 29) nella sezione "Cultura"



Rodolfo Morandi

Nato a Milano il 1° gennaio 1903, deceduto a Milano il 26 luglio 1955, avvocato, economista ed esponente socialista.
Dopo essersi laureato in Legge, orientò i suoi interessi allo studio di Giuseppe Mazzini e, poi, del marxismo. A questo s'ispirò nella realizzazione del suo libro più famoso (Storia della grande industria moderna in Italia, edito nel 1931 da Laterza). Mentre lavorava a quest'opera, Morandi maturò la sua coscienza antifascista, che lo portò ad aderire prima al movimento "Giustizia e Libertà" e poi al Partito socialista clandestino. Organizzato il "Centro interno" del PSI a Milano, Morandi non esitò a mettersi in contatto, con spirito unitario, col Partito Comunista d'Italia, che era già, in quegli anni, una grande forza organizzata dell'antifascismo. Il dirigente socialista svolse la sua attività politica, inframmezzata dalla professione forense, sino a che non si rese conto di essere stato individuato dalla polizia. Decise così di riparare in Francia. A Parigi Morandi entrò a far parte del "Centro estero" del PSI, diresse il giornale clandestino Fronte Rosso, collaborò a Politica socialista e ad altre pubblicazioni antifasciste. Rientrato in Italia, contribuì alla formazione del "Fronte unico antifascista" fino a che, nel 1937, fu arrestato con un gruppo di compagni. Deferito al Tribunale speciale e condannato a 10 anni di reclusione, Morandi ne scontò sei nelle carceri di Castelfranco Emilia e di Saluzzo. Riottenuta la libertà nei quarantacinque giorni del governo Badoglio, riprese l'attività politica come membro della Direzione del PSI. Dopo l'8 settembre 1943, il dirigente socialista fu costretto, per le malferme condizioni di salute, ad espatriare in Svizzera. Nella Confederazione elvetica continuò, però, a tenere i collegamenti politici e nel giugno del 1944 rientrò clandestinamente a Milano. Passò poi a Torino, come membro della Direzione del suo partito per l'Alta Italia e, in quanto tale, concorse (come dirigente del CLN regionale piemontese), all'organizzazione dei grandi scioperi preinsurrezionali. Rientrato a Milano nella fase conclusiva della lotta contro i nazifascisti, il 23 aprile 1945 Rodolfo Morandi fu nominato presidente del CLN dell'Alta Italia in luogo di Alfredo Pizzoni. Il 25 aprile, insieme a Sandro Pertini, firmò a nome del PSI il decreto col quale i partiti del CLN Alta Italia assumevano i poteri di governo. Nel difficile momento seguito alla Liberazione, Morandi fu eletto segretario del PSI, incarico che conservò dal dicembre 1945 all'aprile 1946. Membro della Consulta, poi eletto alla Costituente, entrò a far parte del 2° e del 3° Gabinetto De Gasperi come ministro all'Industria e Commercio. Dal 1948 fu senatore di diritto nel primo Parlamento repubblicano. Vice segretario generale del PSI dal gennaio 1951, con le elezioni del 1953 Morandi tornò al Senato, a due anni dalla sua prematura scomparsa per malattia. Oltre alla citata storia dell'industria italiana, Rodolfo Morandi (al quale sono intitolate piazze e strade a Milano e in altri luoghi d'Italia e un Istituto a Torino), ha lasciato molti saggi di politica ed economia.
link permanente a questa pagina: http://anpi.it/b2425/

venerdì 28 dicembre 2012

Lutto per Epifanio La Porta

Lutto per Epifanio La Porta. E' morto ieri sera a Palermo Epifanio La Porta che fu segretario generale della CGIL siciliana da me sostituito nel 1979. Fu combattente integerrimo della causa dei lavoratori da dirigente della CGIL e da deputato regionale e poi senatore. All'origine era un lavoratore agrumaio. Lavorava nei magazzini di arance del siracusano e le sue qualità lo portarono prima a diventare rappresentante della categoria e poi a dirigere la Camera del Lavoro. Conobbe il carcere. A quel tempo per un dirigente della cgil era facile finire in galera. Anche Pio La Torre vi fu chiuso per quasi due anni. Difese assieme a me i minatori siciliani quando il PCI di Occhetto aveva deciso con la DC ed il PSI la chiusura delle miniere. Riuscimmo a concordare con PierSanti Mattarella un programma di prepensionamenti e di investimenti che porta il nome di legge 90. Fu persona di rara generosità. Amante della Sicilia comprò per la CGIL una magnifica proprietà a Santa Venerina in cui per anni prosperò la scuola della CGIL. Volle assieme a Luciano Lama che io, socialista, diventassi segretario generale della CGIL carica da sempre riservata alla componente comunista maggioritaria nel sindacato siciliano. Era autodidatta come tanti dirigenti della sua generazione ma di rara intelligenza. Gli ho voluto bene e gli sono sempre riconoscente per avermi permesso di accedere ad una carica che poi ha segnato la mia vita.

domenica 21 ottobre 2012

Lumpen proletariat

si due decoli. Lumpen proletariat La distinzione tra proletariato e sottoproletariato introdotta dal Manifesto dei Comunisti è stata dannosa e causa di una visione sbagliata della società e della storia. Osservo che non è possibile distinguere nettamente il proletariato dal sottoproletariato perchè il confine tra i due gruppi è estremamente labile ed incerto. L'operaio se perde il lavoro rischia di sprofondare nella miseria di un tugurio dei bassifondi frequentati dalla "plebaglia". Il sottoproletario se assunto in fabbrica diventa con ciò stesso proletario. Ed allora? Perchè la distinzione? E' forse un dato antropologico, culturale o etnico appartenere all'uno o all'altro raggruppamento sociale? La definizione di sottoproletariato come "putrefazione passiva degli strati infimi della società" è da respingere perchè implica una visione della società con un basso ed un alto, una base ed un vertice. Se è vero che il popolo, il popolino, la plebaglia o come altro si vuole chiamare ha costituito la massa di repressione della rivoluzione napoletana del 1799 è anche vero che la presa della bastiglia fu opera sua. Anche la Comune di Parigi è stata opera in gran parte sua. La sua funzione nella storia non può essere classificata sempre e dovunque in modo negativo. Inoltre, nella accezione moderna del termine, se pensiamo ai due gruppi nello scenario di un processo sociale rivoluzionario è possibile che in gruppi di proletariato in determinate condizioni ci può essere una inversione di parti. I contadini ed i muratori meridionali sbarcati alla Fiat nel 1960 costituirono il corpo vivo di una grande rivoluzione sindacale mentre i "proletari" erano stati ampiamente vallettizzati ed alcuni di loro giunsero financo a diventare spie del padrone, del nemico di classe! Questo per dire che la rigidità della distinzione fatta da Marx ed Engels che erano distinti signori della classe alta appartenenti a famiglie di rango è stata sommamente deleteria ed ha nuociuto perchè è diventata un pregiudizio che ci siamo trascinati appresso per qua

lunedì 15 ottobre 2012

viaggio in Vietnam

Viaggio in Vietnam Nel 1983 io ed Alfiero Grandi fummo inviati dalla CGIL a rappresentarla al Congresso dei sindacati vietnamiti che si teneva ad Hanoi. Alfiero Grandi che poi sarebbe stato sottosegretario di Stato con il governo Prodi a quel tempo era dirigente della CGIL emiliana. Lo conoscevo da tempo e ne avevo stima. Era espressione di quella Emilia rossa che era uno dei grandi punti di forza della sinistra italiana. Il PCI in molte zone prendeva anche oltre il cinquanta per cento dei voti e le amministrazioni comuniste erano esemplari per la realizzazione di servizi sociali e la correttezza della gestione. Tutta l'Italia comunista e socialista era orgogliosa della forza che veniva dalla Emilia, dalla Toscana, dall'Umbria. Questa forza si irradiava nel territorio circostante. L'Italia centrale era in grandissima parte amministrata dalla sinistra. Raggiungemmo Hanoi con un lungo viaggio in aereo che partiva dalla Germania est. Ci spostavano verso oriente e questo ci portò a vedere con emozione l'alba in un'ora che per noi era ancora piena notte. Ad Hanoi fummo ricevuti con i riguardi dovuti ad una delegazione ufficiale estera fummo alloggiati in un albergo dove fui colpito da un involucro di grissini Fioravanti abbandonato su un divano. Diavolo di italiani! Si trovavano dall'altra parte del mondo e nell'emisfero politico comunista! Mi spiegarono che industriali italiani facevano cucire lenzuola ed altro dalle operaie vietnamite e che c'era quindi una certa frequentazione di italiani. Al Congresso dei sindacati vietnamati la cosa che mi colpi di più fu l'immenso silenzio che dominava la sala del Congresso. Le uniche voci che si sentivano erano quelle del Presidente e dell'oratore. Il Congresso cominciava alle otto del mattino. Ogni intervento durava non più di dieci minuti. Non si sentiva assolutamente niente. Alle dieci e mezzo si faceva una sospensione di mezzora e poi di riprendeva sempre in questo silenzio. Un silenzio irreale. Io e Alfiero fummo sistemati in posti di onore. Al Congresso parlò Alfiero usando il francese lingua che i vietnamiti conoscono bene avendo subito la colonizzazione francese prima di quella inglese. Fu naturalmente molto ed a lungo applaudito. L'ambasciatore italiano ad Hanoi fu gentilissimo. Ci mandò a prelevare con l'auto e si intrattenne con noi. Conosceva Alfiero e ne aveva un grande rispetto. Era originario di Bologna. Di questo viaggio ad Hanoi conservo il ricordo di Hanoi che a me è sembrata una Venezia tropicale attraversata come è dalle tante giravolte del fiume Rosso la bellezza delicata e sensuale delle ragazze che passavano con un bilanciere sulla spalla dal quale pendevano due grandi ceste e che camminavano sotto quel peso come se danzassero con grande leggerezza, la dorsale montagnosa simile ai nostri Appennini... Saigon mi fece una impressione terribile. Eravamo alloggiati in un albergo di stampo coloniale in evidente stato di degrado che dava su una piazza piena di centinaia e centinaia di giovani che sembravano allucinati e che a volte si mettevano a camminare tutti insieme come pazzi. Parte della città era su palafitte immerse in un mare nero di sporcizia. La città intera era ancora traumatizzata dalla terribile guerra subita. Il processo di riunificazione era lento ed il Vietnam non aveva i mezzi per fare di più di quanto stava facendo. Confesso che nei due o tre giorni che passammo a Saigon ora chiamata città Ho Ci Min avevamo quasi paura di uscire in piazza. Ma forse era solo un nostro timore infondato. i vietnamiti sono un popolo contadino ed i contadini sono eguali in tutte le latitudini del globo.Non è difficile familiarizzare con loro. Ci trattarono con gentilezza ed organizzarono un pranzo fatto di tante verdure e carni che cuocevano al centro della tavola alla francese, Questo magnifico piatto aveva anche delle uove di gallo cedrone e questo era un segno di particolare riguardo nei nostri confronti. Le foreste del Vietnam dove vive il gallo cedrone erano state avvelenate dall'Orange il terribile diserbante usato dagli americani per defogliare e che ancora oggi continua a seminare terrore sofferenza e morte per le deformità e le mutazioni che provoca nei nascituri. Gli USA sfogarono la loro terribile rabbia per l'umiliazione di perdere il confronto militare annegando letteralmente il Vietnam in un mare di veleni chimici capaci di uccidere anche a distanza di anni e comunque di alterare l'integrità del DNA della popolazione. La differenza tra i due Vietnam era enorme. Non so se oggi esista ancora ma mentre il nord vietnam pur nella estrema povertà dava l'impressione di una nazione solida con i mercati pieni sempre di tantissimi prodotti della terra, il Sud del Vietnam era ancora segnato profondamente dalla presenza delle truppe di occupazione americana e vi si respirava un cupo clima di dopoguerra nel quale le fonti di sostentamento erano tutte scomparse con il ritiro delle truppe. Siamo stati a rendere omaggio ad Hanoi al mausoleo di Ho Chi Min. Si tratta di una grande costruzione quadrata severa visitata da migliaia di persone. Prima di giungere ad Hanoi abbiamo fatto sosta a Karachi nel Pakistan. Durante la sosta fatta dentro l'aereo potevo vedere la grande rete che circondava l'aeroporto gestito da militari dai modi bruschi. Vedevo migliaia di mani aggrappate a quella rete. Migliaia di persone non facevano altro che guardare l'aeroporto dalla rete. Su tutte aleggiava una disperazione terribile la disperazione che solo lo stomaco vuoto e la fame possono dare. Non dimenticherò mai il sentimento di angoscia che mi assalì per tante persone vestite soltanto di un pezzo di cotone bianco e che al mondo non possedevano nulla assolutamente nulla. Lì ho capito davvero la rivoluzione di Ho Chi Min ed la necessità di comunismo del genere umano.

Hitler

Hitler non è stato un accidente della storia: è il prodotto del sistema capitalistico scaturito dalla rivoluzione inglese e poi da quella francese ed americana. Il capitalismo che passa alla fase della predazione sanguinaria. L'operazione dell'antisemitismo con la distruzione di gran parte del popolo ebreo fu una operazione di spoliazione violenta per finanziare il Reich e le sue guerre. Il suo obiettivo principale era la distruzione dello stato comunista dell'URSS e l'Occidente fu a lungo diviso se allearsi o non con Hitler e partecipare alla spedizione antisovietica. Si stanno creando oggi le condizioni per la nascita di un nuovo Hitler. Hitler non è una persona ma un modo di essere del capitalismo. La quantità di topi c he scappano dalle navi progressiste per congiungersi al nemico della classe operaia e condividerne le analisi e le ricette ed il potere è segno che non siamo molto lontani da una svolta violentemente predatoria del capitalismo odierna. Non pretendono forse o creditori del nord europa il Partenone di Atene? Non promette forse Napolitano la cessione di quote di sovranità? Ma questo non basterà a soddisfare il mostro!