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VIDEO: PARLAMENTARE EBREO BRITANNICO ACCUSA ISRAELE DI COMPORTARSI COME I NAZISTI
17 gennaio 2009
"Israele è nato dal terrorismo ebraico, il padre di Tzipi Livni era un terrorista". Incredibili affermazioni alla House of Parliament. Sir Gerald Kaufman, un veterano dei parlamentari laburisti, ieri ha paragonato le azioni delle truppe israeliane a Gaza ai nazisti che costrinsero la sua famiglia a scappare dalla Polonia.
Durante un dibattito alla Camera dei Comuni sui combattimenti a Gaza, egli ha esortato il governo a imporre un embargo delle armi a Israele.
Sir Gerald, che è stato cresciuto come ebreo ortodosso e sionista, ha detto: "Mia nonna era malata nel suo letto quando i nazisti entrarono nella sua casa e un soldato tedesco le sparò uccidendola mentre era a letto."
"Mia nonna non è morta per fornire una copertura ai soldati israeliani che uccidono le nonne palestinesi a Gaza. L'attuale governo israeliano sfrutta cinicamente e spietatamente la perpetua colpa dei gentili per il massacro degli ebrei nell'Olocausto come giustificazione per la sua uccisione dei palestinesi".
Egli ha detto che l'affermazione che gran parte delle vittime palestinesi fossero militanti "era la replica dei nazisti" e ha aggiunto: "Suppongo che gli ebrei che combattevano per la loro vita nel ghetto di Varsavia sarebbero potuti essere qualificati come militanti".
Egli ha accusato il governo israeliano di cercare la conquista e ha aggiunto: "non sono semplicemente dei criminali di guerra, sono dei pazzi".
YouTube - UK Jewish MP: Israel acting like Nazis in Gaza
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Messaggi: 59
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di ebrei cm lui in giro
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Ricordo che un paio d'anni fa il nostro presidente della repubblica () se ne usci con questa incredibile frase:
Citazione:
Bisogna combattere l'antisemitismo anche quando questo si traveste da antisionismo, perchè il sionismo è il fondamento dello stato di Israele.
A parte la colossale idiozia di fondo che valida affermazioni come "bisogna rispettare il nazismo perchè è il fondamento della germania nazista" o per par condicio "bisogna rispettare il comunismo perchè è il fondamento della cambogia di pol pot".
Probabilmente un personaggio come Napolitano se dovesse trovare a tu per tu con un Gerald Kaufman rimarrebbe a bocca aperta biascicando cose tipo "no... tu... ebreo! antisionista... ma... è impossibile!"
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domenica 7 giugno 2009
giovedì 4 giugno 2009
DICHIARAZIONE DI VOTO
DICHIARAZIONE DI VOTO
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Sono un vecchio socialista di un partito socialista che non c'è più: il partito di Nenni, Lombardi, Morandi,
Brodolini, Loris Fortuna e ,prima di questi, di Lina Merlin che fece diventare civile l'Italia con la chiusura dei bordelli e l'abolizione della scritta "figlio di N.N" dalla tessera di identità. Il Partito Socialista che non c'è più fu capace di dare vita ad una stagione eccezionale di riforme cominciate con la nazionalizzazione della industria elettrica e culminate con lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori dopo avere riformato la scuola ed avere introdotto il divorzio voluto con tantissima forza da Loris Fortuna.
Alle Europee voterò comunista ,il raggruppamento che fa capo a Paolo Ferrero, Di Liberto e Salvi anche se non ho condiviso la loro prova di governo conclusasi disastrosamente per le attese dell'elettorato "operaio"deluso dalla protervia ricattatoria di Prodi e dell'ala maggioritaria iperliberista del suo Governo.
E' importante votare comunista per andare contro corrente rispetto lo smottamento a destra abbastanza rovinoso di gran parte di quella che fu la sinistra italiana ed assicurare un valido punto di riferimento a quanti paventano l'abolizione dell'art.18, vorrebbero liberarsi e liberare l'Italia dal precariato, bloccare lo smantellamento del welfare, assicurare pensioni decorose ai lavoratori, avere una politica estera di pace ed un esercito di pace, una scuola pubblica rinnovata e forte.
Un successo dei comunisti potrebbe rallentare lo smottamento a destra del PD. L'Italia ha bisogno di recuperare una grande forza di sinistra che non abbia tra i suoi deputati gli esponenti più ringhiosi della Confindustria come Calearo, Colaninno, Merloni e giuslavoristi come Ichino dediti allo smantellamento dei diritti dei lavoratori. Il PD deve tornare ad essere un partito progressista. Oggi è il Partito della Confindustria che tuttavia si serve anche di altri forni per impastare il suo pane.
Il successo dei comunisti potrebbe far riflettere il PD sul suo mostruoso accordo con Berlusconi per la soglia del quattro per cento che impedisce a tutti gli orientamenti politici presenti nel Paese di avere una voce in Parlamento.
La semplificazione a due è una perdita secca per la democrazia che invece deve recuperare valori delle tante correnti culturali che hanno reso civile la politica italiana oggi ridotta a livelli di barbarie specie per il nefasto concorso dell'apparato massmediatico.
Non andrò a votare per il referendum che ribadisce ancora più negativamente il porcellum che ci obbliga ad avere un Parlamento scelto dei capi dell'oligarchia e sottratto in ogni suo membro al giudizio dell'elettorato.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
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Sono un vecchio socialista di un partito socialista che non c'è più: il partito di Nenni, Lombardi, Morandi,
Brodolini, Loris Fortuna e ,prima di questi, di Lina Merlin che fece diventare civile l'Italia con la chiusura dei bordelli e l'abolizione della scritta "figlio di N.N" dalla tessera di identità. Il Partito Socialista che non c'è più fu capace di dare vita ad una stagione eccezionale di riforme cominciate con la nazionalizzazione della industria elettrica e culminate con lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori dopo avere riformato la scuola ed avere introdotto il divorzio voluto con tantissima forza da Loris Fortuna.
Alle Europee voterò comunista ,il raggruppamento che fa capo a Paolo Ferrero, Di Liberto e Salvi anche se non ho condiviso la loro prova di governo conclusasi disastrosamente per le attese dell'elettorato "operaio"deluso dalla protervia ricattatoria di Prodi e dell'ala maggioritaria iperliberista del suo Governo.
E' importante votare comunista per andare contro corrente rispetto lo smottamento a destra abbastanza rovinoso di gran parte di quella che fu la sinistra italiana ed assicurare un valido punto di riferimento a quanti paventano l'abolizione dell'art.18, vorrebbero liberarsi e liberare l'Italia dal precariato, bloccare lo smantellamento del welfare, assicurare pensioni decorose ai lavoratori, avere una politica estera di pace ed un esercito di pace, una scuola pubblica rinnovata e forte.
Un successo dei comunisti potrebbe rallentare lo smottamento a destra del PD. L'Italia ha bisogno di recuperare una grande forza di sinistra che non abbia tra i suoi deputati gli esponenti più ringhiosi della Confindustria come Calearo, Colaninno, Merloni e giuslavoristi come Ichino dediti allo smantellamento dei diritti dei lavoratori. Il PD deve tornare ad essere un partito progressista. Oggi è il Partito della Confindustria che tuttavia si serve anche di altri forni per impastare il suo pane.
Il successo dei comunisti potrebbe far riflettere il PD sul suo mostruoso accordo con Berlusconi per la soglia del quattro per cento che impedisce a tutti gli orientamenti politici presenti nel Paese di avere una voce in Parlamento.
La semplificazione a due è una perdita secca per la democrazia che invece deve recuperare valori delle tante correnti culturali che hanno reso civile la politica italiana oggi ridotta a livelli di barbarie specie per il nefasto concorso dell'apparato massmediatico.
Non andrò a votare per il referendum che ribadisce ancora più negativamente il porcellum che ci obbliga ad avere un Parlamento scelto dei capi dell'oligarchia e sottratto in ogni suo membro al giudizio dell'elettorato.
Pietro Ancona
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mercoledì 3 giugno 2009
il ridicolo nella storia
IL RIDICOLO NELLA STORIA
Alberto Asor Rosa
Penso che sarebbe opportuna una riflessione sul ruolo del ridicolo nella storia. Ridicolo: «Che suscita il riso, che induce a considerazioni derisorie e spregiative perché manca di ragionevolezza, di buon senso o di giudizio...; che espone al dileggio chi lo compie, lo mantiene o lo prova in quanto provocato da assurde convinzioni o privo di ragionevoli motivazioni...; sciocco, irragionevole, insensato, stolto» (Grande Dizionario della lingua italiana, detto il Battaglia, XVI).
Mi venivano in mente tutte queste considerazioni, e altre ancora, visionando mesi fa uno di quei bei documentari, ricchi di filmati d'epoca, che Nicola Caracciolo ha dedicato al Novecento italiano: e precisamente quel mazzetto di fotogrammi, destinato a durare una manciata di secondi, ma di straordinarie eloquenza (è il caso di dirlo), in cui Benito Mussolini, in fez, divisa e decorazioni, annunzia dal balcone di Palazzo Venezia a Roma la conquista dell'Impero: gli occhi spiritati, i pugni piantati sui fianchi, la mascella immarcescibile che, levata al cielo, ondeggia, tre o quattro volte avanti e indietro per asseverare alla folla, intensamente e persuasivamente, il pensiero appena espresso. Dio mio, ho pensato, come ha potuto questo osceno buffone, questo artistucolo da avanspettacolo, bandato con quelle volgari camuffature carnevalesche, sedurre per anni la grande maggioranza di una popolazione dal passato non del tutto inesperto e primitivo? Come, di fronte ad un tale spettacolo, la folla che gremiva la storica piazza, invece di acclamarlo forsennatamente, non lo ha liquidato all'istante con una colossale risata?
Altrettanto si potrebbe dire del suo più caro collega e amico, il forsennato tedesco Adolf Hitler: la cui oratoria alla nazione tedesca, dall'alto della tribuna notturna dello stadio di Norimberga, di fronte a migliaia di uomini schierati disciplinatamente nel quadrato «ordo» nazista (la «differenza tedesca»!), non può non imporci oggi la stessa domanda: come hanno potuto quell'isterico condizionamento, quella sorta di parossistica verve istrionica, quell'esibizione facciale-gestuale da saltimbanco, non suscitare la reazione che il ridicolo, - nelle sue molteplici forme di buffoneria, inverosimiglianza, dissennatezza - dovrebbe sempre suscitare? Ma su questo punto specifico - il ridicolo e la storia tedesca - tornerò più avanti.
Ora è inevitabile - me ne rendo conto - che il pensiero del lettore corra ai tempi nostri: i capelli finti, la bandana stretta, i tacchetti veri, le barzellette spinte, le corna dietro la testa di uno dei Primi Ministri più autorevoli d'Europa, le ossessioni sessuali, le storielle pruriginose, l'eloquio approssimativo e scarsamente italiano, l'interazione ossessiva della menzogna, il disprezzo urlato delle regole, le manie persecutorie, le battute alla vecchietta abruzzese terremotata: «vada, vada a nostre spese in uno degli alberghi della costa e si porti la crema solare!», l'esagerazione e l'irrealismo favolistico delle promesse, l'incultura esibita perfino nel modo di gestire e di vestirsi, il sorriso stereotipato e buffonesco, - insomma, tutto ciò che ci sta tutti i giorni sotto gli occhi dalla mattina alla sera, - compongono i tratti della figura più ridicola che la nostra contemporaneità abbia prodotto, il «ridicolo italiano» nella sua versione più alta e smaccata. Eppure non se ne ride: anzi, nel bene come nel male, la si prende fin troppo sul serio.
Se il quadro è questo, si pongono alcune domande e/o questioni. Innanzi tutto: esistono evidentemente tipi diversi di ridicolo nella storia: da quello grottesco, imperial-reboante, di tipo fascistico, a quello funereo, anzi tendente al macabro, del nazismo, a quello commercial-mediatico dei nostri tempi italiani, variante piccolo-borghese emergente e arrampicatrice della categoria esaminata. Ma tutti hanno, come vedremo, qualcosa in comune. Naturalmente, il ridicolo non si limita alla figura del Capo, da cui tuttavia promana. Si pensi al carnevalesco corteggio dei gerarchi nazisti: a Göring! a Hesse! Si pensi al suo (innegabilmente più guittesco) corrispettivo italiano; Starace Segretario del Pnf! Si pensi all'oggi: Gelmini Ministro della Pubblica Istruzione! La Russa Ministro della Difesa! Carfagna Ministro delle Pari Opportunità! Brunetta Ministro!
Il ridicolo del Capo, usato notte e giorno come fondamentale strumento di captazione del consenso, s'allarga a macchia d'olio, si collega con il ridicolo embrionalmente già presente nelle profondità della società circostante, contamina in qualche caso anche l'opposizione (vi risparmio gli esempi possibili, per non allungare troppo il discorso, ma vi assicuro che ne ho). Poniamo un limite storico-politico alla nostra esposizione: mi pare assolutamente innegabile che il tipo, intellettuale o politico, che potremmo definire democratico o liberal democratico, generalmente si sottrae alla categoria e alla pratica del ridicolo. Non è ridicolo Giovanni Giolitti. Non sono ridicoli Aldo Moro ed Enrico Berlinguer: ovvero lo sono lo stretto necessario che serve loro ed assicurarsi il favore della gente (dunque il ridicolo è connaturato all'esercizio stesso della politica, di qualsiasi politica? Bella domanda: bisognerà tornarci su). Se mai, per una prevalente da parte loro ricusazione dell'esibizionismo attoriale e delle pratiche camuffative, essi sono o appaiono grigi. E infatti di questo loro grigiore li si accusa come di una colpa ed un limite da parte di coloro che scelgono, come pratica politica e culturale, l'esibizionismo e la scena: basti pensare alle offese invereconde lanciate contro uomini come Giolitti e Nitti da un altro grande, grandissimo «ridicoloso» («degno di derisione», ibid) del Novecento italiano, Gabriele d'Annunzio.
La domanda principale di questo ragionamento dovrebbe dunque, se non erro, essere questa: come mai quello che ragionevolmente, e in condizioni normali, avrebbe suscitato soltanto il riso, in certi momenti della storia europea del Novecento (ma fondamentalmente, ahimè, tedesca e italiana), è divenuto una componente essenziale del successo politico di un individuo e della catastrofe culturale che ne è seguita? (e viceversa, beninteso: più esattamente, il processo si muove contemporaneamente in ambedue le direzioni). C'è chi ha già provato a definire le dinamiche di questa che, al limite, va considerata una vera e propria perversione storico-sociale, un morbo dei popoli: e, si parva licet, ci azzardiamo a chiamarlo direttamente in causa. Thomas Mann ha avuto presente ab origine il carattere ridicolo e grottesco dell'esperimento nazista: per lui Hitler, il Grande Dittatore, è in realtà «un oscuro cialtrone», «un infame ossesso», «un brigante», l'«astuto sfruttatore di una crisi mondiale», un «cane rabbioso alla catena», un «artiglio da isterico stretto a pugno», un «infernale vagabondo» (noto di sfuggita: nulla di simile è mai uscito dalla penna d'un grande intellettuale italiano del tempo, ciò non basta a marcare indelebilmente caratteri e vocazioni delle due culture).
Ci sarebbe da aggiungere qualcosa, - per restare al passato -, a proposito di quello che i grandi comici, da Petrolini a Chaplin, hanno detto sull'impura, degradata comicità dei miserabili buffoni che tentarono di fare loro concorrenza, ma lo rimanderemo alla prossima puntata.
Per spiegare come questo spropositato e sovreccitato «ridicoloso» abbia potuto sedurre un popolo dalla grande cultura come quello tedesco, Mann ricorre a due ordini di motivazioni, che possono tornare utili anche a noi. Da una parte, c'è la crisi della democrazia: la sua incapacità a risolvere i problemi di quella società in quella determinata fase storica.
È questa incapacità che apre la strada, a livello di massa, alla perdita di ogni senso del ridicolo (cioè, in altri termini: ad ogni ragionevole percezione dei valori). Dall'altra, c'è quella che io definirei la degenerazione di massa della stessa opzione e logica democratica, il rovesciamento delle normali pratiche di consenso, regolate della legge, in una sorta d'esplosione d'istinti neobarbarici, che non è più in grado di distinguere la luce della ragione (anche in questo caso, come si vede, il processo si muove contemporaneamente nelle due direzioni, dall'alto al basso e dal basso all'alto). Ascoltiamo le parole lucidissime di Mann: «L'immensa ondata di barbarie eccentrica e di volgarità primitiva, plebeamente democratica, prodotto d'impressioni violente, sconcertanti e insieme stimolanti dei nervi, inebrianti, da cui è sopraffatta l'umanità» (da Appel and die Vernunft: ossia «Appello alla ragione», un titolo che è già un programma, tenendo conto che lo scritto apparve nell'ottobre 1930, quando i tedeschi avrebbero ancora potuto tenerne conto, e non lo fecero). Dunque, parafrasando, se ci riesce, si potrebbe dire: il ridicolo come strumento di seduzione politica è il segno infallibile dell'abbandono della tradizione e del campo democratici e dell'apertura di una nuova e inquietante fascia di esperienze che, dittatura o democrazia autoritaria che sia, tendono in un modo o nell'altro a travalicarli; la perdita del senso del ridicolo a livello di massa è la prova più certa della degenerazione di un popolo in un coacervo d'individui staccati, inebriati dal fascino di un qualsiasi, - sostanzialmente replicante anche se formalmente mutante, - «infame ossesso». Intendiamoci: il ridicolo è un po' come la puzza: non tutti l'avvertono nel medesimo istante, qualcuno mai. Cioè: per definizione (definizione culturale e politica) essere in grado di avvertirlo, - vale a dire quel che solitamente definiamo senso del ridicolo, - è un fatto di per sé elitario: è difficile che le masse lo trovino per conto proprio. Però quando le masse lo hanno perso totalmente questo vuole dire che le élites sono state totalmente sconfitte, e questo apre la strada all'egemonia del «buffone»: insomma, è sempre lo stesso discorso, anzi, lo stesso processo, che però risulta declinabile in vari modi.
Per ridere dei loro impareggiabili «ridicolosi» d'un tempo, tedeschi e italiani hanno avuto bisogno d'una terribile guerra, nel corso della quale gli orpelli sono caduti uno ad uno, le divise carnevalesche si sono lacerate e il ghigno nascosto dietro la maschera si è rivelato in tutta la sua terribilità: non si poteva ancora tornare a riderne, - come è accaduto solo più tardi, del tutto a posteriori, quando, a dire la verità, non ce n'era neanche più bisogno, - per il buon motivo che non c'era più niente da ridere. Quale catastrofe dobbiamo aspettarci (e augurarci) perché gli italiani riescano a ridere del «ridicoloso» che oggi li governa?
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Alberto Asor Rosa
Penso che sarebbe opportuna una riflessione sul ruolo del ridicolo nella storia. Ridicolo: «Che suscita il riso, che induce a considerazioni derisorie e spregiative perché manca di ragionevolezza, di buon senso o di giudizio...; che espone al dileggio chi lo compie, lo mantiene o lo prova in quanto provocato da assurde convinzioni o privo di ragionevoli motivazioni...; sciocco, irragionevole, insensato, stolto» (Grande Dizionario della lingua italiana, detto il Battaglia, XVI).
Mi venivano in mente tutte queste considerazioni, e altre ancora, visionando mesi fa uno di quei bei documentari, ricchi di filmati d'epoca, che Nicola Caracciolo ha dedicato al Novecento italiano: e precisamente quel mazzetto di fotogrammi, destinato a durare una manciata di secondi, ma di straordinarie eloquenza (è il caso di dirlo), in cui Benito Mussolini, in fez, divisa e decorazioni, annunzia dal balcone di Palazzo Venezia a Roma la conquista dell'Impero: gli occhi spiritati, i pugni piantati sui fianchi, la mascella immarcescibile che, levata al cielo, ondeggia, tre o quattro volte avanti e indietro per asseverare alla folla, intensamente e persuasivamente, il pensiero appena espresso. Dio mio, ho pensato, come ha potuto questo osceno buffone, questo artistucolo da avanspettacolo, bandato con quelle volgari camuffature carnevalesche, sedurre per anni la grande maggioranza di una popolazione dal passato non del tutto inesperto e primitivo? Come, di fronte ad un tale spettacolo, la folla che gremiva la storica piazza, invece di acclamarlo forsennatamente, non lo ha liquidato all'istante con una colossale risata?
Altrettanto si potrebbe dire del suo più caro collega e amico, il forsennato tedesco Adolf Hitler: la cui oratoria alla nazione tedesca, dall'alto della tribuna notturna dello stadio di Norimberga, di fronte a migliaia di uomini schierati disciplinatamente nel quadrato «ordo» nazista (la «differenza tedesca»!), non può non imporci oggi la stessa domanda: come hanno potuto quell'isterico condizionamento, quella sorta di parossistica verve istrionica, quell'esibizione facciale-gestuale da saltimbanco, non suscitare la reazione che il ridicolo, - nelle sue molteplici forme di buffoneria, inverosimiglianza, dissennatezza - dovrebbe sempre suscitare? Ma su questo punto specifico - il ridicolo e la storia tedesca - tornerò più avanti.
Ora è inevitabile - me ne rendo conto - che il pensiero del lettore corra ai tempi nostri: i capelli finti, la bandana stretta, i tacchetti veri, le barzellette spinte, le corna dietro la testa di uno dei Primi Ministri più autorevoli d'Europa, le ossessioni sessuali, le storielle pruriginose, l'eloquio approssimativo e scarsamente italiano, l'interazione ossessiva della menzogna, il disprezzo urlato delle regole, le manie persecutorie, le battute alla vecchietta abruzzese terremotata: «vada, vada a nostre spese in uno degli alberghi della costa e si porti la crema solare!», l'esagerazione e l'irrealismo favolistico delle promesse, l'incultura esibita perfino nel modo di gestire e di vestirsi, il sorriso stereotipato e buffonesco, - insomma, tutto ciò che ci sta tutti i giorni sotto gli occhi dalla mattina alla sera, - compongono i tratti della figura più ridicola che la nostra contemporaneità abbia prodotto, il «ridicolo italiano» nella sua versione più alta e smaccata. Eppure non se ne ride: anzi, nel bene come nel male, la si prende fin troppo sul serio.
Se il quadro è questo, si pongono alcune domande e/o questioni. Innanzi tutto: esistono evidentemente tipi diversi di ridicolo nella storia: da quello grottesco, imperial-reboante, di tipo fascistico, a quello funereo, anzi tendente al macabro, del nazismo, a quello commercial-mediatico dei nostri tempi italiani, variante piccolo-borghese emergente e arrampicatrice della categoria esaminata. Ma tutti hanno, come vedremo, qualcosa in comune. Naturalmente, il ridicolo non si limita alla figura del Capo, da cui tuttavia promana. Si pensi al carnevalesco corteggio dei gerarchi nazisti: a Göring! a Hesse! Si pensi al suo (innegabilmente più guittesco) corrispettivo italiano; Starace Segretario del Pnf! Si pensi all'oggi: Gelmini Ministro della Pubblica Istruzione! La Russa Ministro della Difesa! Carfagna Ministro delle Pari Opportunità! Brunetta Ministro!
Il ridicolo del Capo, usato notte e giorno come fondamentale strumento di captazione del consenso, s'allarga a macchia d'olio, si collega con il ridicolo embrionalmente già presente nelle profondità della società circostante, contamina in qualche caso anche l'opposizione (vi risparmio gli esempi possibili, per non allungare troppo il discorso, ma vi assicuro che ne ho). Poniamo un limite storico-politico alla nostra esposizione: mi pare assolutamente innegabile che il tipo, intellettuale o politico, che potremmo definire democratico o liberal democratico, generalmente si sottrae alla categoria e alla pratica del ridicolo. Non è ridicolo Giovanni Giolitti. Non sono ridicoli Aldo Moro ed Enrico Berlinguer: ovvero lo sono lo stretto necessario che serve loro ed assicurarsi il favore della gente (dunque il ridicolo è connaturato all'esercizio stesso della politica, di qualsiasi politica? Bella domanda: bisognerà tornarci su). Se mai, per una prevalente da parte loro ricusazione dell'esibizionismo attoriale e delle pratiche camuffative, essi sono o appaiono grigi. E infatti di questo loro grigiore li si accusa come di una colpa ed un limite da parte di coloro che scelgono, come pratica politica e culturale, l'esibizionismo e la scena: basti pensare alle offese invereconde lanciate contro uomini come Giolitti e Nitti da un altro grande, grandissimo «ridicoloso» («degno di derisione», ibid) del Novecento italiano, Gabriele d'Annunzio.
La domanda principale di questo ragionamento dovrebbe dunque, se non erro, essere questa: come mai quello che ragionevolmente, e in condizioni normali, avrebbe suscitato soltanto il riso, in certi momenti della storia europea del Novecento (ma fondamentalmente, ahimè, tedesca e italiana), è divenuto una componente essenziale del successo politico di un individuo e della catastrofe culturale che ne è seguita? (e viceversa, beninteso: più esattamente, il processo si muove contemporaneamente in ambedue le direzioni). C'è chi ha già provato a definire le dinamiche di questa che, al limite, va considerata una vera e propria perversione storico-sociale, un morbo dei popoli: e, si parva licet, ci azzardiamo a chiamarlo direttamente in causa. Thomas Mann ha avuto presente ab origine il carattere ridicolo e grottesco dell'esperimento nazista: per lui Hitler, il Grande Dittatore, è in realtà «un oscuro cialtrone», «un infame ossesso», «un brigante», l'«astuto sfruttatore di una crisi mondiale», un «cane rabbioso alla catena», un «artiglio da isterico stretto a pugno», un «infernale vagabondo» (noto di sfuggita: nulla di simile è mai uscito dalla penna d'un grande intellettuale italiano del tempo, ciò non basta a marcare indelebilmente caratteri e vocazioni delle due culture).
Ci sarebbe da aggiungere qualcosa, - per restare al passato -, a proposito di quello che i grandi comici, da Petrolini a Chaplin, hanno detto sull'impura, degradata comicità dei miserabili buffoni che tentarono di fare loro concorrenza, ma lo rimanderemo alla prossima puntata.
Per spiegare come questo spropositato e sovreccitato «ridicoloso» abbia potuto sedurre un popolo dalla grande cultura come quello tedesco, Mann ricorre a due ordini di motivazioni, che possono tornare utili anche a noi. Da una parte, c'è la crisi della democrazia: la sua incapacità a risolvere i problemi di quella società in quella determinata fase storica.
È questa incapacità che apre la strada, a livello di massa, alla perdita di ogni senso del ridicolo (cioè, in altri termini: ad ogni ragionevole percezione dei valori). Dall'altra, c'è quella che io definirei la degenerazione di massa della stessa opzione e logica democratica, il rovesciamento delle normali pratiche di consenso, regolate della legge, in una sorta d'esplosione d'istinti neobarbarici, che non è più in grado di distinguere la luce della ragione (anche in questo caso, come si vede, il processo si muove contemporaneamente nelle due direzioni, dall'alto al basso e dal basso all'alto). Ascoltiamo le parole lucidissime di Mann: «L'immensa ondata di barbarie eccentrica e di volgarità primitiva, plebeamente democratica, prodotto d'impressioni violente, sconcertanti e insieme stimolanti dei nervi, inebrianti, da cui è sopraffatta l'umanità» (da Appel and die Vernunft: ossia «Appello alla ragione», un titolo che è già un programma, tenendo conto che lo scritto apparve nell'ottobre 1930, quando i tedeschi avrebbero ancora potuto tenerne conto, e non lo fecero). Dunque, parafrasando, se ci riesce, si potrebbe dire: il ridicolo come strumento di seduzione politica è il segno infallibile dell'abbandono della tradizione e del campo democratici e dell'apertura di una nuova e inquietante fascia di esperienze che, dittatura o democrazia autoritaria che sia, tendono in un modo o nell'altro a travalicarli; la perdita del senso del ridicolo a livello di massa è la prova più certa della degenerazione di un popolo in un coacervo d'individui staccati, inebriati dal fascino di un qualsiasi, - sostanzialmente replicante anche se formalmente mutante, - «infame ossesso». Intendiamoci: il ridicolo è un po' come la puzza: non tutti l'avvertono nel medesimo istante, qualcuno mai. Cioè: per definizione (definizione culturale e politica) essere in grado di avvertirlo, - vale a dire quel che solitamente definiamo senso del ridicolo, - è un fatto di per sé elitario: è difficile che le masse lo trovino per conto proprio. Però quando le masse lo hanno perso totalmente questo vuole dire che le élites sono state totalmente sconfitte, e questo apre la strada all'egemonia del «buffone»: insomma, è sempre lo stesso discorso, anzi, lo stesso processo, che però risulta declinabile in vari modi.
Per ridere dei loro impareggiabili «ridicolosi» d'un tempo, tedeschi e italiani hanno avuto bisogno d'una terribile guerra, nel corso della quale gli orpelli sono caduti uno ad uno, le divise carnevalesche si sono lacerate e il ghigno nascosto dietro la maschera si è rivelato in tutta la sua terribilità: non si poteva ancora tornare a riderne, - come è accaduto solo più tardi, del tutto a posteriori, quando, a dire la verità, non ce n'era neanche più bisogno, - per il buon motivo che non c'era più niente da ridere. Quale catastrofe dobbiamo aspettarci (e augurarci) perché gli italiani riescano a ridere del «ridicoloso» che oggi li governa?
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venerdì 29 maggio 2009
rosa luxemburg
trovati i resti di Rosa
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Se la notizia fosse confermata sarebbe necessario assicurare a Rosa degna sepoltura e farne un luogo di identità dei socialisti europei.
Il socialismo ha bisogno di ritrovare le sue origini classiste, rivoluzionarie e riformiste.
http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/esteri/luxemburg-corpo/luxemburg-corpo/luxemburg-corpo.html
Pietro Ancona
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Se la notizia fosse confermata sarebbe necessario assicurare a Rosa degna sepoltura e farne un luogo di identità dei socialisti europei.
Il socialismo ha bisogno di ritrovare le sue origini classiste, rivoluzionarie e riformiste.
http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/esteri/luxemburg-corpo/luxemburg-corpo/luxemburg-corpo.html
Pietro Ancona
martedì 7 aprile 2009
terremoto, terremoti
terremoto, terremoti.....
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:
il terremoto verrà sfruttato cinicamente da tutti: dal governo per bloccare le giuste richieste che salgono da ogni angolo del Paese, dall'opposizione che finalmente potrà esternare la sua insana voglia collaborazionista, dal Sindacato che metterà la sordina alle rivendicazioni della gente confluita al Circo Massimo, sarà l'argomento con il quale sarà schiacciata ogni richiesta anche la più legittima come "egoista" ed incurante dei gravi problemi del Paese.
Sono contrario a fare sottoscrizioni. Non giunge niente ai destinatari di tutte le sottoscrizioni che si fanno in Italia. Questo Paese è esperto in tre cose: finanziarie usuraie che si offrono con volantinaggio a darti soldi, gratta e vinci che è praticato in massa da tutti a cominciare dai poverissimi, sottoscrizioni per tutte le malattie e per tutte le cause.......
Credo che se si vuole fare qualcosa si può comprare un computer per regalarlo senza intermediari ad un istituto scolastico di l'Aquila
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
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il terremoto verrà sfruttato cinicamente da tutti: dal governo per bloccare le giuste richieste che salgono da ogni angolo del Paese, dall'opposizione che finalmente potrà esternare la sua insana voglia collaborazionista, dal Sindacato che metterà la sordina alle rivendicazioni della gente confluita al Circo Massimo, sarà l'argomento con il quale sarà schiacciata ogni richiesta anche la più legittima come "egoista" ed incurante dei gravi problemi del Paese.
Sono contrario a fare sottoscrizioni. Non giunge niente ai destinatari di tutte le sottoscrizioni che si fanno in Italia. Questo Paese è esperto in tre cose: finanziarie usuraie che si offrono con volantinaggio a darti soldi, gratta e vinci che è praticato in massa da tutti a cominciare dai poverissimi, sottoscrizioni per tutte le malattie e per tutte le cause.......
Credo che se si vuole fare qualcosa si può comprare un computer per regalarlo senza intermediari ad un istituto scolastico di l'Aquila
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
lunedì 2 febbraio 2009
Nicola Capria è morto
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----- Original Message -----
From: pietroancona@tin.it
Sent: Monday, February 02, 2009 10:01 PM
Subject: la morte di nicola capria
In morte di Nicola
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Partecipo con viva commozione al dolore della famiglia e dei socialisti siciliani per la morte di Nicola Capria, eminente dirigente
politico più volte membro del governo siciliano di cui fu vice presidente e membro del governo nazionale.
L'ho conosciuto negli anni sessanta. Era un giovane intellettuale, una persona colta, a quel tempo di sinistra e che comunque cercava le ragioni della legittimità culturale storica e politica dei socialisti oscurata dall'egemonia culturale del PCI e dall'ombra lunga del ponte che comunisti e democristiani avevano creato bypassando le forze meno rilevanti (secondo il loro punto di vista).
Nicola combatteva la battaglia dell'identità socialista non in termini anticomunisti ma di scoperta e valorizzazione della grande corrente di pensiero socialista italiano da Anna Kuliscioff a Rodolfo Morandi, Riccardo Lombardi.
Era autonomista ed ebbe un momento di grande visibilità quando assieme a Rosario Nicoletti e Achille Occhetto segretari rispettivamente della DC e del PCI siciliano concepirono il disegno di un accordo per lo sviluppo dell'Isola, disegno generoso ma debole
per il suo carattere eminentemente leaderistico e per l'incapacità di capire i rapporti con le grandi masse popolari che rivendicavano un ingresso pieno nella gestione politica della Autonomia Siciliana.
Fu artefice con Gaspare Saladino ed i dirigenti dell'EMS dello storico e straordinario progetto di trasporto in Sicilia ed in Italia con un metanodotto sottomarino del gas algerino che tuttora, da allora, dà energia e lavoro all'Italia.
Fu certamente persona onesta e tutt'altro che mafioso. L'accusa lo colpi dolorosamente ma nessuno dei socialisti e di quanti lo conoscvevamo bene ha mai pensato che potesse davvero avere qualcosa a che fare con la criminalità mafiosa siciliana o calabrese.
Era un politico particolare che passava gra parte del suo tempo a leggere a studiare ad interrogarsi sui grandi temi del socialismo e del capitalismo.
Ero segretario generale della CGIL durante la sua prestigiosa presenza nel governo regionale e fu sempre in rapporti di grande amicizia e rispetto del'autonomia dei sindacalisti socialisti e del sindacato in genere. E' stato molto, molto male prima di morire e forse la morte lo ha liberato da uno stato di prostrazione fisica che gli avrà reso amari gli ultimi anni di vita.
Ricordiamolo con affetto, come un caro compagno che ci ha lasciato e che in grande parte è rimasto interno al dramma che ha distrutto
la vita ai socialisti ed al Partito che è stato il più bello del mondo, il partito della nazionalizzazione dell'industria elettrica, della scuola media unificata, del divorzio, dello statuto dei diritti dei lavoratori. Un partito del quale possiamo dire che quanto di buono si è fatto in Italia gli si deve!!
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
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SCOMPARSA DI NICOLA CAPRIA.
E' morto sabato scorso a Roma,dopo una lunga malattia, Nicola Capria.Aveva 76 anni.Originario della provincia di Reggio Calabria, Capria svolse la sua attività politica prima in Sicilia e poi, a livello nazionale, a Roma. Deputato all'ARS dal '68 al '76, poi vice presidente della Regione Siciliana e infine, fino al '94, parlamentare nazionale, Capria ricoprì gli incarichi di ministro del Turismo, del Mezzogiorno, del Commercio con l'estero e della Protezione civile Fu anche Capogruppo a Montecitorio del Psi. Accusato nel '93 per concorso esterno in associazione mafiosa, Nicola Capria fu successivamente assolto con formula piena ma si ritirò dalla politica. Appresa la notizia il Segretario del Partito Riccardo Nencini ha espresso "la commozione e la tristezza dei socialisti Italiani. Con Nicola Capria - ha osservato Nencini- scompare un galantuomo,dotato di una raffinata e profonda c ultura politica e giuridica,un dirigente socialista espressione e continuatore della grande tradizione del socialismo meridionale e siciliano che lo ha visto protagonista con Giacomo Mancini e Salvatore Lauricella della feconda stagione delle riforme volte al rilancio economico e sociale del Mezzogiorno d'Italia".Anche Bobo Craxi ha espresso il suo cordoglio: 'E' scomparsa una figura nobile del socialismo italiano e siciliano' ha detto Craxi sottolineando che Capria 'ha attraversato tutte le fasi decisive della storia del Psi, a cui ha contribuito con significativo impegno nell'azione di Governo e di partito'.
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From: pietroancona@tin.it
Sent: Monday, February 02, 2009 10:01 PM
Subject: la morte di nicola capria
In morte di Nicola
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Partecipo con viva commozione al dolore della famiglia e dei socialisti siciliani per la morte di Nicola Capria, eminente dirigente
politico più volte membro del governo siciliano di cui fu vice presidente e membro del governo nazionale.
L'ho conosciuto negli anni sessanta. Era un giovane intellettuale, una persona colta, a quel tempo di sinistra e che comunque cercava le ragioni della legittimità culturale storica e politica dei socialisti oscurata dall'egemonia culturale del PCI e dall'ombra lunga del ponte che comunisti e democristiani avevano creato bypassando le forze meno rilevanti (secondo il loro punto di vista).
Nicola combatteva la battaglia dell'identità socialista non in termini anticomunisti ma di scoperta e valorizzazione della grande corrente di pensiero socialista italiano da Anna Kuliscioff a Rodolfo Morandi, Riccardo Lombardi.
Era autonomista ed ebbe un momento di grande visibilità quando assieme a Rosario Nicoletti e Achille Occhetto segretari rispettivamente della DC e del PCI siciliano concepirono il disegno di un accordo per lo sviluppo dell'Isola, disegno generoso ma debole
per il suo carattere eminentemente leaderistico e per l'incapacità di capire i rapporti con le grandi masse popolari che rivendicavano un ingresso pieno nella gestione politica della Autonomia Siciliana.
Fu artefice con Gaspare Saladino ed i dirigenti dell'EMS dello storico e straordinario progetto di trasporto in Sicilia ed in Italia con un metanodotto sottomarino del gas algerino che tuttora, da allora, dà energia e lavoro all'Italia.
Fu certamente persona onesta e tutt'altro che mafioso. L'accusa lo colpi dolorosamente ma nessuno dei socialisti e di quanti lo conoscvevamo bene ha mai pensato che potesse davvero avere qualcosa a che fare con la criminalità mafiosa siciliana o calabrese.
Era un politico particolare che passava gra parte del suo tempo a leggere a studiare ad interrogarsi sui grandi temi del socialismo e del capitalismo.
Ero segretario generale della CGIL durante la sua prestigiosa presenza nel governo regionale e fu sempre in rapporti di grande amicizia e rispetto del'autonomia dei sindacalisti socialisti e del sindacato in genere. E' stato molto, molto male prima di morire e forse la morte lo ha liberato da uno stato di prostrazione fisica che gli avrà reso amari gli ultimi anni di vita.
Ricordiamolo con affetto, come un caro compagno che ci ha lasciato e che in grande parte è rimasto interno al dramma che ha distrutto
la vita ai socialisti ed al Partito che è stato il più bello del mondo, il partito della nazionalizzazione dell'industria elettrica, della scuola media unificata, del divorzio, dello statuto dei diritti dei lavoratori. Un partito del quale possiamo dire che quanto di buono si è fatto in Italia gli si deve!!
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it
SCOMPARSA DI NICOLA CAPRIA.
E' morto sabato scorso a Roma,dopo una lunga malattia, Nicola Capria.Aveva 76 anni.Originario della provincia di Reggio Calabria, Capria svolse la sua attività politica prima in Sicilia e poi, a livello nazionale, a Roma. Deputato all'ARS dal '68 al '76, poi vice presidente della Regione Siciliana e infine, fino al '94, parlamentare nazionale, Capria ricoprì gli incarichi di ministro del Turismo, del Mezzogiorno, del Commercio con l'estero e della Protezione civile Fu anche Capogruppo a Montecitorio del Psi. Accusato nel '93 per concorso esterno in associazione mafiosa, Nicola Capria fu successivamente assolto con formula piena ma si ritirò dalla politica. Appresa la notizia il Segretario del Partito Riccardo Nencini ha espresso "la commozione e la tristezza dei socialisti Italiani. Con Nicola Capria - ha osservato Nencini- scompare un galantuomo,dotato di una raffinata e profonda c ultura politica e giuridica,un dirigente socialista espressione e continuatore della grande tradizione del socialismo meridionale e siciliano che lo ha visto protagonista con Giacomo Mancini e Salvatore Lauricella della feconda stagione delle riforme volte al rilancio economico e sociale del Mezzogiorno d'Italia".Anche Bobo Craxi ha espresso il suo cordoglio: 'E' scomparsa una figura nobile del socialismo italiano e siciliano' ha detto Craxi sottolineando che Capria 'ha attraversato tutte le fasi decisive della storia del Psi, a cui ha contribuito con significativo impegno nell'azione di Governo e di partito'.
giovedì 22 gennaio 2009
comunismo oppure?
e se leggessimo i contemporanei a cominciare da Vandana Shiva?
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Ieri ricorreva l'anniversario della scissione di Livorno che dava vita, dal troncone del socialismo italiano spesso rinsecchito o in grande disordine, il Partito Comunista che veniva subito calamitato dalla immensa attrazione della rivoluzione d'ottobre e della costruzione del primo stato comunista del mondo.Ho visto assieme ad altri compagni un vecchio film sulla vita in carcere di Antonio Gramsci che era contrario alla frattura del gruppo dirigente bolscevico ed alla svolta negativa verso i socialisti. Gramsci non si rendeva conto del fatto che il comunismo era diventato Stato e che le sue critiche esponevano a gravi pericoli i compagni italiani che venivano in contatto con l'URSS ed il Comintern essendo il PCUS in grado di sopprimere o carcerare i dissidenti e gli oppositori. Togliatti aveva capito perfettamente come stavano le cose e si accingeva a trascorrere la lunga notte dello stalinismo, i processi del 36, lo scioglimento e la soppressione dei Comitati Centrali di tanti partiti comunisti del mondo. L'involuzione autoritaria del comunismo in stalinismo ha anche una responsabilità esterna nell'accerchiamento e nell'embargo di tutto il mondo capitalistico. Può, per fare un esempio, Cuba essere democratica senza correre il pericolo mortale di essere distrutta nel giro di pochi mesi dagli Usa? In fondo l'intolleranza ideologica spinta fino alla guerra ha dato alle oligarchie dei partiti comunisti al potere l'alibi per giustificare la mancanza di libertà e democrazia. Altro esempio: Gli Usa non hanno forse soppresso diritti fondamentali dei cittadini con la Patriot Act? Il sospetto che ha dato luogo a tanti drammi dello stalinismo non è lo stesso di quello che tiene chiusi a Guantanamo e in tante altre carceri segrete i "terroristi". Perchè dopo anni di detenzione molte persone non sanno ancora la ragione della loro prigionia? Domanda: un Paese comunista non accerchiato e non embargato potrebbe essere luogo di libertà dei suoi cittadini? Non lo sappiamo!!
Possiamo certamente affermare che, in tutti i paesi in cui il comunismo ha conquistato il potere, c'è stata una degenerazione verso l'oligarchismo e verso dittature personali alcune delle quali addirittura grottesche e quasi al limite della caricatura. Una società comunista non si può costruire con un partito unico senza degenerare subito in regime. I poteri del partito unico finiscono sempre con il sovrastare i poteri dello stato ed i diritti dei cittadini i cui meriti non possono essere misurati dal grado di loro fedeltà al Partito. Un'altra degenerazione è partita dal controllo statale di tutte le risorse economiche che ha portato a situazioni quasi comiche per non dire tragiche per l'impossibilità di reperimento dei prodotti dovuta a difetti della pianificazione. Dobbiamo trarre insegnamento dalla gravissima condizione dei lavoratori e dei contadini cinesi costretti a costruire una società capitalistica tra le più orrende da un Partito Comunista che ha nel suo programma la ricchezza nazionale detenuta da pochi miliardari a prezzo della schiavitù di milioni di persone e dello sconvolgimento della stessa identità della Cina diventata un mostruosa
iperindustrializzata ed inquinata terra di infelici. La costruzione del capitalismo dal Partito Comunista cinese è una delle più inaccettabili realtà della globalizzazione.
Insomma, credo che si dovrebbe aprire una discussione su alcuni punti essenziali partendo dal rifiuto delle omologazione liberista fatta dal PD ed in parte accettata da Sinistra Democratica e dagli scissionisti di Vendola. L'alternativa al comunismo parola indicibile di Bertinotti non può essere il liberismo edulcorato ma rigido ideologicamente di Obama. Dobbiamo parlare di alcune cose: la prima: dobbiamo avere un partito unico in uno Stato "comunista"?, La seconda: la proprietà dei mezzi di produzione deve essere tutta dello Stato oppure è possibile una economia basata sul pubblico e sul privato?
La qualità dei consumi di una società comunista deve essere o no completamente diversa da quelli attuali? Fino a che punto si può consentire la proprietà privata? Fino a che punto si può essere poveri in una società comunista?
Insomma se non ri risolvono i problemi del ruolo del Partito, dello Stato e dell'economia,
non potremo avviarci verso qualcosa dentro la quale come diceva Gramsci c'è un seme che può essere un fiore ma anche una erbaccia velenosa.
Pietro Ancona
socialista.
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Ieri ricorreva l'anniversario della scissione di Livorno che dava vita, dal troncone del socialismo italiano spesso rinsecchito o in grande disordine, il Partito Comunista che veniva subito calamitato dalla immensa attrazione della rivoluzione d'ottobre e della costruzione del primo stato comunista del mondo.Ho visto assieme ad altri compagni un vecchio film sulla vita in carcere di Antonio Gramsci che era contrario alla frattura del gruppo dirigente bolscevico ed alla svolta negativa verso i socialisti. Gramsci non si rendeva conto del fatto che il comunismo era diventato Stato e che le sue critiche esponevano a gravi pericoli i compagni italiani che venivano in contatto con l'URSS ed il Comintern essendo il PCUS in grado di sopprimere o carcerare i dissidenti e gli oppositori. Togliatti aveva capito perfettamente come stavano le cose e si accingeva a trascorrere la lunga notte dello stalinismo, i processi del 36, lo scioglimento e la soppressione dei Comitati Centrali di tanti partiti comunisti del mondo. L'involuzione autoritaria del comunismo in stalinismo ha anche una responsabilità esterna nell'accerchiamento e nell'embargo di tutto il mondo capitalistico. Può, per fare un esempio, Cuba essere democratica senza correre il pericolo mortale di essere distrutta nel giro di pochi mesi dagli Usa? In fondo l'intolleranza ideologica spinta fino alla guerra ha dato alle oligarchie dei partiti comunisti al potere l'alibi per giustificare la mancanza di libertà e democrazia. Altro esempio: Gli Usa non hanno forse soppresso diritti fondamentali dei cittadini con la Patriot Act? Il sospetto che ha dato luogo a tanti drammi dello stalinismo non è lo stesso di quello che tiene chiusi a Guantanamo e in tante altre carceri segrete i "terroristi". Perchè dopo anni di detenzione molte persone non sanno ancora la ragione della loro prigionia? Domanda: un Paese comunista non accerchiato e non embargato potrebbe essere luogo di libertà dei suoi cittadini? Non lo sappiamo!!
Possiamo certamente affermare che, in tutti i paesi in cui il comunismo ha conquistato il potere, c'è stata una degenerazione verso l'oligarchismo e verso dittature personali alcune delle quali addirittura grottesche e quasi al limite della caricatura. Una società comunista non si può costruire con un partito unico senza degenerare subito in regime. I poteri del partito unico finiscono sempre con il sovrastare i poteri dello stato ed i diritti dei cittadini i cui meriti non possono essere misurati dal grado di loro fedeltà al Partito. Un'altra degenerazione è partita dal controllo statale di tutte le risorse economiche che ha portato a situazioni quasi comiche per non dire tragiche per l'impossibilità di reperimento dei prodotti dovuta a difetti della pianificazione. Dobbiamo trarre insegnamento dalla gravissima condizione dei lavoratori e dei contadini cinesi costretti a costruire una società capitalistica tra le più orrende da un Partito Comunista che ha nel suo programma la ricchezza nazionale detenuta da pochi miliardari a prezzo della schiavitù di milioni di persone e dello sconvolgimento della stessa identità della Cina diventata un mostruosa
iperindustrializzata ed inquinata terra di infelici. La costruzione del capitalismo dal Partito Comunista cinese è una delle più inaccettabili realtà della globalizzazione.
Insomma, credo che si dovrebbe aprire una discussione su alcuni punti essenziali partendo dal rifiuto delle omologazione liberista fatta dal PD ed in parte accettata da Sinistra Democratica e dagli scissionisti di Vendola. L'alternativa al comunismo parola indicibile di Bertinotti non può essere il liberismo edulcorato ma rigido ideologicamente di Obama. Dobbiamo parlare di alcune cose: la prima: dobbiamo avere un partito unico in uno Stato "comunista"?, La seconda: la proprietà dei mezzi di produzione deve essere tutta dello Stato oppure è possibile una economia basata sul pubblico e sul privato?
La qualità dei consumi di una società comunista deve essere o no completamente diversa da quelli attuali? Fino a che punto si può consentire la proprietà privata? Fino a che punto si può essere poveri in una società comunista?
Insomma se non ri risolvono i problemi del ruolo del Partito, dello Stato e dell'economia,
non potremo avviarci verso qualcosa dentro la quale come diceva Gramsci c'è un seme che può essere un fiore ma anche una erbaccia velenosa.
Pietro Ancona
socialista.
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